A volte l'arte di un numero uno consiste nel saper nascondere la propria arte. Nel far apparire naturale ciò che naturale non è, semplice ciò che per gli altri è tremendamente complicato. Gary Lineker apparteneva a questa categoria di campioni: niente gesti superflui, nessuna concessione all'estetica fine a sé stessa, mai sopra le righe. Per eccellere gli bastavano pochi metri, spesso pochi secondi, talvolta un solo tocco.
Il suo talento viveva soprattutto in ciò che accadeva prima che il pallone gli arrivasse. Lineker osservava, intuiva, si muoveva. Mentre gli altri reagivano all'azione, lui sembrava averne già letto gli sviluppi. Aveva il segreto dei grandi attaccanti d'area: una sorta di orologio interiore che corre alcuni secondi più avanti rispetto a quello degli altri. Una qualità difficile da misurare e ancora più difficile da insegnare.
In antichità l’avrebbero definita “ars celare artem”, ovvero “l'arte di nascondere l'arte”, un concetto caro a Quintiliano. Lineker ne fece quasi una filosofia calcistica. Non aveva la potenza devastante dei grandi centravanti né il repertorio acrobatico dei virtuosi, non amava dribblare mezza squadra e raramente cercava il goal impossibile. Faceva qualcosa di apparentemente più elementare: arrivava dove sarebbe arrivato il pallone. Prima del difensore. Prima del portiere. Qualche volta persino prima che un suo compagno avesse deciso di passarglielo.
Per la sua correttezza e lo stile con cui interpretava il ruolo del centravanti si guadagnerà l’appellativo di “Gentiluomo del goal”. Anziché combattere con i difensori, cercava sempre di anticiparli.
E segnava tanto: in patria, in Spagna e perfino nell'ultimo, esotico, capitolo della carriera in Giappone. Lo fece con la maglia dell’Inghilterra, soprattutto quando il palcoscenico diventava più grande e le gambe degli altri cominciavano a pesare. Sei goal a Messico '86, quattro a Italia '90: 10 complessivi ai Mondiali, un traguardo che nessun inglese aveva mai raggiunto prima di lui.
Prima che il mondo imparasse a conoscere quel volto da eterno bravo ragazzo e quell'esultanza quasi sempre misurata, Gary Winston Lineker era soltanto il figlio di un fruttivendolo di Leicester. Nato il 30 novembre 1960, era cresciuto aiutando il padre Barry al mercato cittadino e dividendo le proprie passioni fra due sport profondamente inglesi: il calcio e il cricket.
Tanto che per qualche tempo non è affatto scontato quale delle due discipline debba diventare il suo futuro. “Ho avuto un'infanzia felice e tranquilla”, racconterà molti anni dopo a ‘The Observer’. “Dagli 11 ai 16 anni - aggiungerà in un'intervista a 'The Independent' - pensavo che avrei avuto più possibilità nel cricket che nel calcio”.
Il padre si alza alle quattro del mattino per raggiungere il mercato all'ingrosso. Qui compra la frutta per rivenderla durante il giorno al Leicester Market e la sera torna a casa per occuparsi dei conti. Ma il ricordo più nitido dell’infanzia di Lineker è un altro: lui che gioca a pallone nel giardino di casa. “La mia vita - spiegherà ancora a ‘The Observer’ - è sempre stata dominata dallo sport”.
Eppure a scuola c’è chi dubita che Gary quel futuro possa realmente averlo. Non ha il fisico del predestinato e quando decide di puntare sul calcio qualche insegnante gli suggerisce di pensare a una professione più sicura.
Il Leicester, fortunatamente, vede qualcosa che gli altri non vedono. Lo accoglie nel proprio settore giovanile nel 1976. Lineker ha ancora 15 anni, è magro, leggero, ben lontano dall'attaccante che terrorizzerà le difese di mezzo mondo. Ma possiede già ciò che nessuna palestra avrebbe potuto regalargli: il senso dello spazio e del tempo.
Nella pagella del suo diploma, che consegue nel 1977, alcuni professori annotano che “il ragazzo si concentra troppo sul calcio” e che per questo “non si guadagnerà mai da vivere”. È uno di quegli abbagli di cui la storia dello sport è generosa: giudizi apparentemente ragionevoli destinati a diventare magnificamente sbagliati.
Ad accorgersi delle sue qualità calcistiche è soprattutto Jock Wallace, che qualche anno più tardi lo farà debuttare in prima squadra. “Nessuno immaginava cosa ci fosse dentro quel ragazzo – dirà l’allenatore scozzese a ‘El País’ nel 1986 -. Non spiccava, potevi guardarlo quanto volevi e non spiccava affatto. Ma io sapevo che aveva qualcosa: lì dentro c'era un goleador”.
L'esordio in Prima squadra arriva il giorno di Capodanno del 1979, contro l'Oldham Athletic. Gli inizi non hanno nulla di folgorante: Lineker deve aspettare, crescere, irrobustirsi e conquistarsi un posto. Quando lo fa, però, comincia a segnare con la regolarità che diventerà la sua firma. Contribuisce al ritorno del Leicester nella massima serie e, stagione dopo stagione, il ragazzo del mercato cittadino diventa l'idolo di Filbert Street.
Nella stagione 1983/84 realizza 22 goal in campionato. L'anno successivo sale a 24 e vince la classifica dei marcatori della First Division insieme a Kerry Dixon. È nata una stella. Leicester comincia a stargli stretto. Il suo talento reclama un palcoscenico più grande.
Quando nell'estate del 1985 lascia i Foxes, il bilancio è di 103 goal in 216 presenze complessive in sette stagioni, quattro disputate in Second Division e tre in First Division. A spuntarla per il suo cartellino è l'Everton. I Toffees sono campioni d'Inghilterra in carica e investono circa 800 mila sterline, corrispondenti a poco meno di un milione di euro, per affidargli il compito di raccogliere l'eredità realizzativa di Andy Gray. Lineker risponde nel solo modo che conosce. Segnando.
A Liverpool gli basta una stagione per lasciare un'impronta che molti calciatori non riescono a imprimere in un'intera carriera. Segna 40 goal in 57 presenze complessive, 30 dei quali in campionato, e conquista per il secondo anno consecutivo il titolo di capocannoniere inglese. L'Everton arriva secondo in First Division e perde la finale di FA Cup contro il Liverpool, ma Lineker ha ormai superato definitivamente i confini della provincia.
Il paradosso è che la stagione più prolifica della sua carriera inglese non gli regala alcun trofeo. Gli consegna però qualcosa di forse ancora più importante: un posto fra i grandi attaccanti europei.
Nel frattempo Lineker ha cominciato a prendersi anche l'Inghilterra. L'esordio in Nazionale risale al 26 maggio 1984, quando Bobby Robson lo manda in campo contro la Scozia a Hampden Park. Ha 23 anni e alle spalle non c'è il percorso internazionale del predestinato: anche la maglia dei Tre Leoni deve conquistarsela un passo alla volta.
Il primo goal arriva l'anno successivo e con l’esplosione tra Leicester ed Everton cresce anche il suo peso nella squadra di Robson. Lineker arriva così all'estate del 1986 non più da alternativa, ma da centravanti sul quale l'Inghilterra può costruire le proprie ambizioni. A 25 anni è nel pieno della maturazione calcistica. Gli manca soltanto un palcoscenico abbastanza grande da mostrare al mondo ciò che l'Inghilterra ha già cominciato a scoprire. Quel palcoscenico sono i Mondiali '86, il torneo che cambierà per sempre la sua dimensione internazionale.
Eppure in Messico l'avventura dei Tre Leoni non comincia sotto i migliori auspici. Lineker arriva alla competizione con un avambraccio fratturato e la squadra di Robson parte male: sconfitta contro il Portogallo, pareggio senza goal con il Marocco. Dopo due partite gli inglesi hanno un punto, nessuna rete segnata e c’è il rischio concreto di una prematura eliminazione.
Per qualificarsi bisogna battere la Polonia. A Lineker bastano 34 minuti. Prima raccoglie un pallone di Gary Stevens e anticipa il portiere. Poi trasforma in goal un cross basso di Steve Hodge. Infine approfitta di un'uscita imperfetta di Józef Mlynarczyk e completa la tripletta che porta l’Inghilterra agli ottavi di finale. I 3 gol, segnati tutti in un tempo, lo proiettano tra i protagonisti della competizione.
Anni dopo Lineker sceglierà proprio quella tripletta come il momento più bello dei suoi due Mondiali. “Non perché fossero grandi goal - preciserà a ‘Fifa.com’ -. Non credo che nessuno dei miei lo sia mai stato”.
La modestia era del resto una delle grandi virtù di Lineker. Persino nel ricordare la propria arte, lui stesso continuava a nasconderla. In quel torneo segna ancora: 2 gol al Paraguay negli ottavi, portando il totale a 5 centri in 2 partite. Ai quarti, però, ad aspettare l'Inghilterra c'è l'Argentina. E ad aspettare Lineker c'è la storia.
22 giugno 1986, Stadio Azteca di Città del Messico. Ci sono partite che appartengono al calendario e altre che, a un certo punto, smettono di avere una data. Argentina-Inghilterra è una di queste.
Bastano quattro minuti perché Maradona consegni al calcio due immagini destinate all'eternità e quasi inconciliabili fra loro. Prima inganna Peter Shilton con quella che lui stesso battezzerà ‘la mano de Dios’. Poi firma il suo capolavoro, ‘il gol del siglo’: Diego parte dalla propria metà campo e trasforma undici secondi in un'opera d'arte: cinquanta e più metri, cinque avversari saltati, Shilton compreso, e il pallone nella porta vuota.
Dall’inganno al sublime. Un concentrato del ‘diez’ che farà innamorare il Mondo e andrà a prendersi quella Coppa del Mondo. E Lineker? Assiste a tutto questo dall'altra parte del campo senza poter far molto. Anni dopo confesserà a Fifa.com: “Per la prima volta nella mia carriera ebbi voglia di applaudire il goal di un avversario”.
Ma quel pomeriggio non finisce con la doppietta del numero 10 argentino. A cinque minuti dalla fine John Barnes, con cui Gary ha affinato una grande intesa, scappa sulla sinistra e mette il pallone sul secondo palo. Lineker fa ciò che ha sempre fatto: arriva. Colpo di testa, 2-1. Poco dopo Barnes costruisce un'azione quasi identica e per un istante sembra che la storia possa concedere all'Inghilterra un'ultima possibilità. Il bomber dell’Everton si avventa ancora sul cross, ma questa volta non basta.
L'Argentina passa. Maradona si prende il Mondiale. Ma c’è gloria anche per Lineker: grazie a quel gol all’Albiceleste, Gary si laurea capocannoniere dei Mondiali, primo inglese a riuscirci, e conquista la Scarpa d’Oro. È la risposta definitiva data a chi, anni prima, dubitava del futuro nel calcio di quel ragazzo dal fisico gracilino. Come sempre in silenzio, senza grande clamore.
Quando il Mondiale messicano finisce, Barcellona lo sta già aspettando. Terry Venables, inglese come lui, lo vuole al Camp Nou e il club catalano investe circa 2,8 milioni di sterline, oltre 3 milioni di euro attuali, per portarlo in Spagna.
Cambiano la lingua, il clima, il calcio. Non cambia l'abitudine di Lineker. Alla prima stagione in Catalogna segna 21 goal complessivi e soprattutto ne realizza tre nella partita che, a Barcellona, vale più delle altre. Il 31 gennaio 1987 al Camp Nou si gioca il ‘Clasico’ con il Real Madrid. Lineker colpisce tre volte e il Barça vince 3-2. Una prestazione che gli assegna per sempre un posto nella storia blaugrana.
Il matrimonio con Barcellona durerà tre stagioni. Non arriverà la vittoria della Liga, ma Lineker alzerà una Copa del Rey nel 1988 e la Coppa delle Coppe nel 1989. Il bilancio complessivo sarà di 52 goal in 138 gare ufficiali.
Poi cambia il vento. Johan Cruijff prende in mano il Barça e lo ridisegna secondo la sua filosofia calcistica. Lineker viene utilizzato anche sulla fascia, lontano dalla porta e da quegli spazi in cui il suo senso dell'anticipo faceva la differenza.
Continua a segnare, ma comprende che il suo posto, ormai, è altrove. Così nell’estate del 1989 per Lineker è semplicemente arrivato il momento di tornare a casa.
Ad aspettarlo c'è ancora Terry Venables, questa volta alla guida del Tottenham. E Lineker riprende il discorso da dove lo aveva lasciato: 24 goal nella prima stagione di campionato e un altro titolo di capocannoniere.
Ma in mezzo alla seconda vita inglese c'è il suo secondo Mondiale. Italia '90 è diverso dal Messico. Lineker non è più la sorpresa che irrompe sulla scena: è il centravanti esperto di un’Inghilterra che comincia a credere davvero di poter arrivare fino in fondo.
Segna contro l'Irlanda nella fase a gironi, al Sant'Elia di Cagliari. Proprio quella partita gli regala anche l'episodio più imbarazzante della sua carriera. Vittima di un problema intestinale, nel secondo tempo è costretto a defecare in campo. Lo racconterà anni dopo con la consueta autoironia: “Ho provato a entrare su un avversario, mi sono sforzato troppo, mi sono rilassato e... mhhhhhh! Dopo l'accaduto ho avuto tanta libertà di movimento come mai mi era capitato durante una partita. Non avevo mai visto i difensori marcarmi così da lontano!”.
Superato anche quell'imprevisto il bomber dei Mondiali ’86 segna due rigori contro il Camerun nei quarti. In semifinale, a Torino, l’avversario è la Germania Ovest. I tedeschi la sbloccano con Andreas Brehme. Lineker pareggia a dieci minuti dalla fine. Si va ai supplementari, poi ai rigori.
Stuart Pearce e Chris Waddle sbagliano. L'Inghilterra si ferma a undici metri dalla finale, il suo bomber a 4 reti. Sfuma il sogno di essere ancora una volta il re dei marcatori del torneo, ma quei 10 gol lo rendono il primo inglese in doppia cifra ai Mondiali.
Da quella sconfitta nascerà una delle frasi più celebri mai pronunciate sul calcio: “Il calcio è un gioco semplice: ventidue uomini inseguono un pallone per 90 minuti e alla fine vincono i tedeschi”.
Una battuta diventata proverbiale. Gli aforismi migliori, del resto, hanno spesso bisogno di una ferita per diventare universali.
Un anno più tardi arriva finalmente un titolo in patria. Il Tottenham raggiunge la finale di FA Cup contro il Nottingham Forest e nel tempio di Wembley vince 2-1 dopo i supplementari. Per Lineker, che non segna nella finale e si vede anche parare un rigore, è la fine di un sortilegio. Per una volta non ha dovuto scrivere lui l’ultima riga. A volte, per vincere, basta semplicemente esserci.
L'anno successivo si chiude anche la sua storia con l'Inghilterra. Lineker arriva a Euro '92 con un gol in meno del recordman Bobby Charlton. Nell'ultima gara del girone contro la Svezia, con i Tre Leoni ancora in corsa per la qualificazione, Graham Taylor lo sostituisce nella ripresa.
Gary lascia il campo senza sapere che non indosserà mai più quella maglia. La rincorsa a Charlton finisce lì: 48 goal in 80 presenze. Un bottino che ancora oggi lo colloca al quarto posto fra i marcatori all-time dell'Inghilterra.
Nel 1992, a 31 anni, Lineker sceglie una destinazione che per un grande calciatore europeo all'epoca aveva il sapore dell'ignoto: il Giappone. L’attaccante di Leicester firma per il Nagoya Grampus Eight e diventa uno dei volti internazionali chiamati ad accompagnare la nascita della J-League.
Il fisico, però, comincia a presentare il conto. Gli infortuni limitano il suo ultimo capitolo e nel 1994, a 33 anni, dopo 23 presenze e 9 gol, arriva il momento di fermarsi. Lineker lascia il calcio giocato dopo quasi 650 partite fra club e Inghilterra e oltre 300 goal.
Al di là delle reti, dei titoli di capocannoniere e dei successi più esaltanti, oggi viene spesso ricordato per un numero che forse lo racconta meglio di tutti gli altri.
Quel numero è lo zero: zero cartellini rossi, zero cartellini gialli. In un'intera carriera professionistica. Un primato quasi irreale per un attaccante che aveva trascorso quindici anni tra i difensori avversari, ma che racconta bene il calcio di Gary Lineker.
Il bomber di Leicester ha costruito l'intera carriera su un piccolo vantaggio: pochi metri, pochi secondi. Quanto bastava per anticipare gli avversari, qualche volta persino i propri compagni, e fare goal. La sua arte.
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