Il difensore dell'Inter Manuel Akanji ha parlato a La Gazzetta dello Sport in una lunga intervista della quale vi riportiamo i passaggi più interessanti, a cominciare dall'impatto di John Stones, ultimo arrivato dal mercato e suo compagno di squadra già al Manchester City, in goal al debutto in amichevole:

"Sono io davvero felice per Stones, tra l’altro il Betis è un’ottima squadra. Ora deve ripetersi già alla prossima, non può finire qua... È stato divertente perché, proprio il giorno in cui è stato confermato il suo arrivo, poche ore prima io e mia moglie abbiamo incontrato sua moglie in spiaggia a Ibiza. Pura coincidenza. Siamo amici e abbiamo fatto delle vacanze insieme e lei ci ha detto: “Mi sa che alla fine verremo...”. Poi, qualche ora dopo, a casa vedo il messaggio di John. Adesso sto cercando di fargli conoscere l’Inter. Gli spiego tutto, provo a tradurre, l’altro giorno l’ho portato anche al ristorante. Ma è un ragazzo super, si adatterà in fretta".

"Dal punto di vista fisico dalla Premier si arriva già molto preparati. Tatticamente, invece, è diverso. Io, con Stones, al City giocavo a 4 e ho dovuto adattarmi. Per me è successo abbastanza velocemente e conosco John: sa fare tutto e non avrà problemi neanche lui. Ovviamente, avrà bisogno dell’aiuto di compagni e staff, ma è finito nel posto giusto. Sia a me che a John piace costruire da dietro e avere il pallone tra i piedi ma, ovviamente, la priorità è la marcatura. In questi aspetti all’Inter abbiamo fatto davvero un ottimo lavoro difensivo, come squadra. Personalmente, mi piace giocare in più posizioni anche perché l’allenatore mi aiuta e dà una certa libertà. Direi che il mister di difensori ne capisce... Proprio l’altro giorno ho visto il docu Netflix su Mourinho e c’era anche lui: non parla, ma che tackle faceva su Messi nell’anno del Triplete! Tutto esaltante".

"L'Inter ha qualcosa di speciale. Fin dal primo giorno mi sono sentito accolto dalla squadra, dai tifosi e da tutte le persone intorno al club. Direi quasi che mi sono sentito subito... al sicuro. Ovviamente aiuta anche giocare e vincere, ma l’Inter non ti lascia mai solo. Ci sono ancora cose da migliorare e il nostro obiettivo è riuscirci, però questa è ormai casa".

"Sommer mi mancherà, ma qui ho stretto tante amicizie, oltre a ritrovare John. I miei figli vanno nella stessa scuola dei figli di Mkhitaryan, con Calha e Bisseck ho un ottimo rapporto. So che sono tutti quelli che parlano inglese, ma anche con l’italiano va sempre meglio: capisco quasi tutto e riesco a cavarmela. L’altro giorno al cinema, per imparare, leggevo i sottotitoli italiani dell’Odissea. Davvero un bel film, ma il volume in sala era altissimo: alla fine, facevano male le orecchie".

"E' stata dura perché eravamo stati migliori dell’Argentina e potevamo davvero vincere il Mondiale. Senza quel rosso a Embolo, penso che avremmo passato il turno noi. Avevamo persino ammutolito lo stadio, poi il gol di Julian ha chiuso tutto, ma resto orgoglioso della mia Svizzera. Con Lautaro non ne abbiamo parlato, non serve anche perché nessuno dei due è felice di come sia finito il Mondiale. Contro la Colombia agli ottavi mi ha frustrato non tanto il rigore sbagliato in sé, ma avere avuto troppi dubbi, anche perché avevo già sbagliato gli ultimi due rigori nei tornei con la Svizzera. Se tiro bene e il portiere para, lo accetto. Non accetto di farmi divorare dai pensieri prima di calciare. Quindi basta: io combatto per 120 minuti, da ora in poi i rigori li lascio ai compagni".

"Sul mio braccio c’è scritto “Prove them wrong”. Dimostra che si sbagliano. Quando l’ho fatto, avevo subito un’operazione al legamento crociato: avevo 20 anni e sentivo che intorno a me c’erano dei dubbi. Io invece non ho mai dubitato. Anche se oggi penso di non dover dimostrare niente, se non a me stesso, quella frase continua a piacermi. In generale, però, la vita ti porta a cambiare: un tempo volevo sempre l’ultimo iPhone e i vestiti firmati, mentre ora il lusso non mi interessa. con tre figli è cambiata la prospettiva".