Luciano Zauri, allenatore ed ex difensore di Atalanta, Chievo, Lazio, Fiorentina, Sampdoria e Pescara, ha parlato a La Gazzetta dello Sport:
"Rimpianti? Nessuno, ho ricevuto più di quanto pensassi. Ho fatto l’esterno basso a destra e a sinistra, il centrale e l’ala, ma da terzino destro ho avuto soddisfazioni. L’intuizione fu di Vavassori, alla Dea".
"Era il mio compleanno, ero in un ristorante. Percepii subito un pericolo, notai alcune persone andare verso il bagno. Si era aperta una voragine di almeno sei metri, dentro c’era una bambina. Aveva paura, gridava. Non si vedeva nulla, sentivo solo la voce. Provai ad andare giù la prima volta: niente. Così appoggiai la schiena alla parete e andai giù coi gomiti. Alla fine, trovai una barra di ferro dove poggiare i piedi. Giulia era lì sotto, rannicchiata e impaurita. Illuminai il tutto col telefono, la afferrai e lei mi abbracciò, così salimmo insieme. L’acqua aveva attutito la caduta, per fortuna. La sera arrivò un messaggio: 'Ti sarò grato per tutta la vita, Zibi'. Solo dopo capii che era sua nipote, e che suo padre era Vincenzo Santopadre, l’ex allenatore di Matteo Berrettini. Ogni 20 gennaio ci scambiamo dei messaggi. Mi ha fatto capire le priorità della vita: famiglia, figli, poi il resto".
"Erano a caccia di un terzino, Lippi venne a vedermi a Bergamo. Inoltre, Moggi dichiarò una roba del tipo: 'Voglio solo Zauri'. Ma l’Atalanta chiese una cifra troppo alta".
"Ho vissuto l’ultima fase cragnottiana e poi la ricostruzione con Lotito. Ricordo il primo giorno a Formello: Stam, Stankovic, Peruzzi, Couto, Inzaghi, Mihajlovic. Feci fatica a dire 'buongiorno', vigevano rispetto e scherzi. Si scommetteva su tutto: dal fare 50 palleggi con lo stinco o farne altri trenta con la palla medica. Sinisa puntava il pieno della Ferrari sulle punizioni. Nessuno riusciva a batterlo. Nell’estate 2004 ci ritrovammo in dieci. Avevamo appena vinto la Coppa Italia, andammo in Giappone in tournée con dozzine di giocatori della Primavera. Una volta tornati conoscemmo Lotito: aveva tre telefoni e rispondeva a tutti, non so come facesse. Andavo di notte a Villa San Sebastiano per discutere il rinnovo. Il suo autista mi veniva a prendere con l’auto blindata. Mia moglie Vanessa, sospettosa, chiedeva lumi: 'Amore, vado a discutere il contratto'. Tutto vero. Di Canio ci faceva vedere 'Braveheart' prima del derby, poi Klose. Lo invitai a Pescina insieme a Marchetti e Candreva. Da me si usa uccidere il maiale, è una tradizione. Lui si presentò con gli stivali, i jeans e quant’altro, pensando che dovesse ammazzarlo lui: 'Forse hai capito male, Miro...'. Mi spiegò che nel suo paesino era un’usanza".
"Il primo anno nessuno ci dava una lira, ma centrammo i preliminari di Champions grazie a Pazzini e Cassano. Entravi in camera e trovavi il materasso ribaltato: era stato lui. Inoltre, togliemmo lo scudetto alla Roma. Prima della partita mi informai per fare serata, ma dopo la vittoria chiesi di garantirci un po’ di sicurezza. Trovammo alcuni miei ex compagni della Lazio: ci abbracciarono. L’anno dopo, purtroppo, retrocedemmo. Una coltellata, ma senza Pazzini e Cassano...".
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