Tra i giocatori che sono arrivati dalla Super Lig turca alla nostra Serie A si è di certo distinto Hakan Sukur. Ex Inter, Torino e Parma, la stella del Galatasaray che fu e che vinse otto titoli del campionato turco e una Coppa UEFA, riuscendo anche a diventare il miglior marcatore di sempre della nazionale turca (51 goal in 112 presenze), non potrà essere presente stasera allo stadio Timsah Arena di Bursa per Turchia-Italia.
L’ex attaccante, oggi 55enne, è infatti persona non gradita nel suo Paese da cui è stato bandito, accusato di terrorismo e perseguitato dal regime di Recep Tayyip Erdogan. Dal 2016 Sukur è costretto a vivere in esilio negli Stati Uniti, in California, a causa dei suoi legami con il predicatore musulmano Fethullah Gülen, rivale del leader turco.
Di recente, parlando a France Football, ha detto: "Sono pronto a raccontare tutto. La gente deve sapere cosa sto passando. Sono sempre stato associato a Gülen perché ho detto di apprezzare le sue idee di tolleranza e convivenza, ma non sono mai stato un 'gulenista', non ho mai aderito al suo partito. Ho deciso di dimettermi dal mio incarico, non volevo essere associato ai crimini incostituzionali che sono stati rivelati". Il suo passo indietro però non gli è servito a evitare che diventasse un nemico della Turchia e gli ha aperto un inferno personale che dura ormai da 10 anni.
Idolo del Paese, dopo l’addio al calcio giocato, Hakan Sukur era stato eletto in parlamento nel partito di Erdogan (che aveva anche officiato il suo primo matrimonio nel 1995) e si era candidato alla presidenza della federazione. La sua vicinanza a Gulen, leader del movimento religioso Hizmet, però gli è costato tutto quando questi, da alleato, divenne arcinemico di Erdogan.
Si deve tornare al 2013 quando si concretizzò lo scontro tra il governo e la rete di Gulen. Sukur si dimise dal partito, diventando deputato indipendente ma nel 2015 fu costretto all’esilio. Un anno dopo fu emesso un mandato di arresto nei suoi confronti con l'accusa di eversione e appartenenza a un'organizzazione terroristica per il suo presunto coinvolgimento nel fallito tentativo di colpo di stato contro Erdogan, cosa da lui sempre negata.
Sta di fatto che da quel momento il regime gli ha confiscato tutti i beni in patria, ha congelato i suoi conti bancari, ne ha arrestato temporaneamente il padre e dato il là affinché il suo nome fosse cancellato dagli archivi nazionali, i suoi ritratti rimossi in una vera e propria operazione di damnatio memoriae. "Non ci sono più negli archivi della Federazione o nelle statistiche del Gala, stanno cercando di cancellarmi dalla memoria collettiva", ha detto.
Oggi 55enne, Hakan Sukur vive con la moglie e i tre figli in un bungalow non lontano da San Francisco. Ha una Green Card e non vede i suoi genitori da quasi dieci anni. Ha provato in vari modi a sbarcare il lunario negli States facendo l’autista Uber, vendendo libri, proponendosi come consulente della squadra di calcio dell'Università di Stanford, diventando anche proprietario di una panetteria, poi fallita per debiti.
Parlando ai media francesi, il turco ha raccontato la sua situazione e quanto gli è capitato negli ultimi 10 anni, ammettendo di sognare di tornare prima o poi a casa.
"Mi stanno usando, il giocatore turco più famoso del Paese, per seminare paura nella società e dimostrare di poter colpire chiunque. Nessuno osa più parlare. Hanno messo a tacere tutti. Il regime decide chi va in prigione e chi no. La loro parola è legge e usano la politica come strumento di manipolazione. Hanno fatto irruzione in casa mia, si sono impossessati dei miei averi, delle mie proprietà, di tutto ciò che ho guadagnato con il sudore della fronte. Mi hanno portato via tutto".
Sul rapimento del padre, ha ricordato: "Mio padre era completamente innocente e non c'entrava niente. Lo presero in ostaggio e lo imprigionarono. Poco dopo la sua cattura, mi dissero: ‘Se vieni qui e parli come vogliamo noi, libereremo tuo padre e ti restituiremo tutti i tuoi averi'. Avevo due possibilità: o sottomettermi e restare in silenzio di fronte all'anarchia che regna in Turchia, oppure tenere duro e continuare a mostrare la mia opposizione. Se avessi deciso di sostenere il presidente turco sarei potuto tornare, ma era una questione di onore e di orgoglio. Se l'avessi fatto, non avrei potuto guardare i miei figli negli occhi. La mia decisione mi costa cara, ma amo la democrazia, l'uguaglianza e i diritti umani".
“Dovevo andarmene dalla Turchia, qui negli Stati Uniti si può esprimere la propria opinione senza timore. È un Paese governato dallo stato di diritto. E io volevo che i miei figli fossero liberi, indipendenti, che scoprissero altre culture. È difficile dover ricominciare la vita da zero quando avevi tutto, quando avevi la possibilità di procurarti tutto ciò di cui avevi bisogno, anche il superfluo".
Oggi Hakan Sukur ha un suo canale YouTube, dà lezioni a giovani calciatori statunitensi in erba e spera di poter aprire una scuola calcio.
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