"Penso che siamo all'inizio di un percorso, bisogna avere grande pazienza. Arriveranno ancora momenti duri. Il ct però sta lavorando tanto sull'autostima perché in Italia siamo molto bravi a piangerci addosso, a marcare le cose negative che abbiamo. Però ogni tanto bisogna anche dirci quando siamo bravi, perché se te lo dici poi inizi anche a crederci ed è questo ciò su cui bisogna lavorare".


Alessandro Bastoni lo aveva detto alla vigilia di Francia-Italia. Ventiquattr'ore dopo, allo Stade de France, ha firmato il goal del pareggio. Raramente un calcio d'inizio è stato preceduto da una dichiarazione d'intenti così lucida. E raramente il campo ha avuto tanta fretta di darle ragione.

Il punto è tutto lì, in quel piangerci addosso. Lo sport italiano - e il calcio in particolare - ha una predisposizione quasi estetica al lamento: celebra la sconfitta onorevole, coltiva la nostalgia dei campioni che furono. E a volte finisce con lo scambiare il pessimismo per lucidità. È una postura che col tempo diventa profezia. Chi si racconta fragile finisce per giocare da fragile; e la paura, molto prima di essere un fatto tecnico, è una questione di racconto. A Zenica con la Bosnia, in fondo, questa cosa, l’abbiamo vista manifestarsi in tutta la sua dura chiarezza.


Mancini lo sa, e la scelta di ripartire da qui è meno ingenua di quanto possa sembrare. Non avendo fuoriclasse a cui consegnare le partite, né una bacchetta magica per ribaltare le cose dall'oggi al domani, il ct lavora sull'unica risorsa che si può costruire abbastanza in fretta e che non costa nulla: la fiducia che il gruppo ha in se stesso. Non è una strategia di ripiego. È una strategia di senso. Forse l’unica, in questo momento.


Del resto Mancini l'ha già percorsa, e fino in fondo. Nell'estate del 2021 l'Italia vinse l'Europeo senza che nessuno, alla vigilia, la considerasse padrona del torneo. Chi ha visto "Sogno Azzurro – La strada per Wembley", il docu-film con cui la Rai raccontò quella cavalcata, ricorderà come il tema dell'essere forti, del dovercelo dire e del dovercelo ricordare in campo, ritorni di continuo, quasi come un ritornello, in tanti discorsi di Mancini alla squadra. Quel messaggio non faceva da cornice. Faceva da fondamenta. Mancini non ha mai preteso che l'autostima sostituisse il talento: ha preteso che gliene restituisse l'uso, liberandolo dalla paura.


La stessa ricetta si è rivista ieri sera, in una forma certamente più sommessa, ma comunque riconoscibile. Contro la Francia di Zidane, che aveva più qualità e più possesso, gli Azzurri non hanno giocato da vittime designate. Hanno tenuto la barra dritta quando la partita si è fatta in salita, hanno sofferto senza smarrirsi e, nel momento in cui l'avversario ha concesso la sbavatura, non hanno chiesto il permesso di approfittarne. L'Italia pareggia. Ma conta di più il modo in cui lo fa: con la schiena dritta di chi non si sente ospite.


Sarebbe un errore, tuttavia, scambiare un buon indizio per una prova. L'autostima è un moltiplicatore, non un addendo: vale quanto ciò a cui si applica, e se la base è esigua anche il moltiplicatore ha un tetto. Bastoni stesso, con onestà, avverte che arriveranno momenti duri, ed è proprio lì che si capirà se la fiducia è convinzione o semplice ebbrezza. Perché si crede davvero in sé stessi solo dopo aver incassato un colpo e aver ricominciato.


Non sappiamo se basterà. Ma una Nazionale che comincia a dirsi quando è brava, senza smettere di vedere ciò che manca, ha imboccato una strada più antica e più seria di quanto sembri. È già qualcosa. In un Paese che ha fatto del lamento una seconda lingua, è forse il primo passo per smettere di parlarla.