Vincenzo Iaquinta ricorda la propria carriera.
L'ex attaccante della Juventus ha dichiarato in un'intervista a La Gazzetta dello Sport: "Con Spalletti all'Udinese avevamo un gioco spettacolare, Luciano era 10 anni avanti a tutti. Nello spogliatoio io ero il campione di braccio di ferro, battevo tutti. Un giorno si presentò lui, mi sfidò e a momenti mi spaccava il braccio. Tre secondi e via. ‘Così la smetti di fare il bischero’, mi disse. Questo è Spalletti. In campo è un martello, ma fuori sa come fare gruppo. E che partite! Io e Di Natale davanti, eravamo imprendibili. All'esordio, pronti via, faccio tripletta contro il Panathinaikos. Poi la sfida al Barcellona, insomma tante belle soddisfazioni".
"So che Marcello Lippi stravedeva per me già dai tempi in cui allenava la Juve. Io per lui ho fatto l'esterno, la seconda punta e il centravanti, ma avrei fatto anche il portiere. Ha saputo compattare il gruppo, è stato un allenatore speciale. Mi ha portato anche ai Mondiali in Sudafrica, pure se lì ero mezzo rotto".
"Quando è arrivato Antonio mi voleva tenere alla Juventus. Mi portò in ritiro e mi disse ‘Vediamo come va’. Giocavo, stavo bene. Poi ecco l'ennesimo infortunio. Conte mi chiamava ogni giorno per sapere come stessi, sperava in un mio ritorno. Dopo l'ultimo stop s’è dovuto arrendere pure lui. Non aver giocato per lui resta un rimpianto che mi porto dentro".
"Prima mi chiamavano campione del mondo, oggi sono considerato un mafioso. È un accanimento incredibile. Paghiamo per il cognome, non per altro".
"È davvero triste. Io ho giocato 15 anni ad alti livelli, fatto una tripletta in Champions League e ho vinto i Mondiali, eppure il mio nome viene associato all'ndrangheta per un'accusa infame. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi, da cui veniamo risucchiati a ogni sconfitta".
"Mio padre Giuseppe finiranno per ammazzarmelo in carcere. Ci hanno gettato addosso una quantità immensa di fango. Una volta che scivoli nelle sabbie mobili, è difficile uscirne. Ho fiducia nella giustizia, ma così è dura. Lotterò per dimostrare la sua innocenza. È la battaglia della mia vita. Noi con la mafia non c'entriamo nulla, ci fa schifo".
"Sono stato condannato per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili ceduti a mio padre? È stata un'ingenuità, ma non fa di me un criminale. Le pistole erano regolarmente dichiarate, mio padre le ha prese senza informare dello spostamento. Mi è stato contestato l'articolo 7: avrei agevolato i clan con armi legalmente detenute. Una follia, sono cose che ti rovinano la vita. Convivo da 10 anni con un incubo che sembra non avere fine".
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