L'ex allenatore in seconda della Juventus di Conte Angelo Alessio ha rilasciato una lunga intervista a Tuttosport, parlando dell'Avellino vissuto da calciatore con compagni come Tacconi, Favero e Vignola a Ramon Diaz e Dirceu, Colombo e Di Napoli e naturalmente dei bianconeri in una fase di profondo rinnovamento.

"Chi arrivava alla Juventus, allora, lo sapeva, perché la prima cosa che ti diceva Boniperti era che alla Juve conta solo vincere, il secondo posto non era contemplato. Adesso si parla di quarto posto, ma in realtà, è ancora così: alla Juve devi vincere, fine".

"A distanza di anni ho rivisto in Conceiçao quello che avevo visto in Barros. Quando vedevano Rui, spesso dicevano: ma questo qui non può giocare a pallone. Però la sua velocità e la sua tecnica compensavano l’altezza ed è stato determinante per noi".

"Quando non vinci, alla Juve, ogni partita la vivi in modo diverso e pesante. E più i risultati non arrivano, più i problemi aumentano e il clima si fa appesantisce. I problemi aumentano e la pressione è tale che non puoi non farti coinvolgere da questo vortice. Però, quello che ho imparato in quegli anni è che la Juve, prima o poi, torna. Torna sempre. Però attraverso un percorso di sofferenza, come può essere questo, nel quale la società sta cercando di fare il possibile, anche sbagliando qualche acquisto, che è sempre parte di ogni rinascita. È un contesto in cui tutti devono dimostrare qualcosa e quando non c’è uno zoccolo duro alle spalle si fa più fatica. La strada giusta è costruire piano piano, costruendo con dei giocatori buoni, anche uno o due per volta, e poi si torna a vincere. Servono dei pilastri in ogni reparto. Meglio ricostruire un pezzo per volta. Si sbaglia di meno".

"Tutto si allineò, dall’inaugurazione dello Stadium in poi. La squadra aveva un’ossatura forte, c’erano Buffon, Del Piero, Barzagli, Chiellini… E vennero inseriti tre o quattro innesti molto forti. Dopodiché, non eravamo proprio all’altezza del Milan che, all’epoca, era davvero la squadra più competitiva. Eppure riuscimmo a vincere lo scudetto contro ogni pronostico. Anche quell’anno all’inizio si diceva: dobbiamo tornare in Champions, poi… Erano presenti in quella rosa, sei/sette giocatori che avevano già vinto. E quei giocatori, quando Antonio ha fatto scattare l’interruttore, dicendo loro: “la Champions l’abbiamo in tasca, proviamo a vincere, perché ci credo”, ecco, quei giocatori hanno capito e si sono trascinati dietro gli altri".

"Smettere di fare schifo? Le parole erano molto più colorite, ma il concetto è quello. Tutti sapevano che c’era un potenziale inespresso che andava risvegliato. E con Antonio quei campioni sono riusciti a diventare ancora più bravi. Quella carica e quell’energia l’hanno portata avanti per tanti anni".

"La semifinale di ritorno di Europa League contro il Benfica mi è rimasta proprio qui… Se avessimo vinto, la finale era a Torino. È una cosa che mi dà fastidio ancora adesso a parlarne. Snobbata per il record di punti? Falso. Era una di quelle partite che non si sbloccano mai, poteva durare cinque ore e non avremmo fatto goal. La vorrei proprio rigiocare".

"Tevez fece crescere ancora di più la squadra. Sia dal punto di vista tecnico che caratteriale. Parlava poco, pochissimo, ma quando parlava nello spogliatoio calava il silenzio. Aveva un carattere micidiale e tutte le qualità che puoi cercare in un attaccante".