Più facile di un allenamento, una partitella contro la Primavera alla Pinetina di Appiano Gentile. Fin troppo gentile il Parma di Gilardino per obbligare l’Inter a un impegno oltre la mezz’oretta iniziale, servita per mettere al sicuro il risultato senza poi infierire nella ripresa, giocata con la stessa scioltezza di un’ultima passeggiata in spiaggia al caldo tramonto di ottobre. Poesie a parte, l’Inter si è confermata di un’altra categoria non solo nella formazione iniziale, ma anche nella rosa e nell’applicazione di tutto il collettivo. Chivu ha scelto il modo migliore — questa straripante vittoria — per avvertire Roma, Como e compagnia che quest’anno l’Inter è giocabile solo se concede due goal di vantaggio, come accaduto nelle ultime, spericolate esibizioni. Senza partenza ad handicap, in certe partite la squadra nerazzurra sembra addirittura frenare, per non dilagare: né nel risultato né nel gioco.

Un po’ di giudizi singoli. Martinez ha giocato, ma poteva anche… non giocare. E chissà che si inventeranno per giustificare quel 6 “obbligatorio” che gli daranno al Fantacalcio. Pomeriggio di ferie anche per i difensori, con Pavard che ha avuto qualche inciampo (ma nulla di grave) e Bisseck che ha occupato con comodità il ruolo di centrale. Il terzo, Carlos Augusto, sollecitato dalle rimostranze del suo procuratore, ha confermato di essere molto più che un’alternativa per Bastoni e Dimarco, pur restando alternativo a entrambi, per sfortuna sua e fortuna della rosa interista.


A centrocampo ormai Diouf si diverte a giocare sulla fascia, e se ne è avuta l'ennesima conferma. Invocato a un maggior minutaggio dal connazionale Boban, Sucic si è sbloccato dopo pochi minuti e poi ha giocato in discesa. Tra l’altro, è stato il decimo marcatore interista nelle prime sei giornate: dato impressionante per sottolineare la forza del collettivo nerazzurro. Calhanoglu ha diretto in punta di piedi e segnato con il solito piede di precisione il rigore del 3-0, che annunciava la goleada. Bene anche Mkhitaryan, seppure in apparente modalità “risparmio energetico”. E per completare il pokerissimo del centrocampo, prestazione in scioltezza anche per Dimarco, nobilitato dalla fascia di capitano e non sfiorato dalle polemiche su infortuni e guarigioni nella pausa trisettimanale per la Nations League. Parliamoci chiaro: Fàbregas ha accusato l’Italia di aver fatto giocare Kean infortunato. Probabilmente non sarà vero, anzi sicuramente non è vero. Però ci sta la discussione sollecitata dal Como su chi si è messo a disposizione (Kean, appunto) e chi invece no (Dimarco per l’Italia e lo stesso Calhanoglu per la Turchia).


In avanti, infine, gloria personale per un Thuram volitivo e reattivo, anche grazie al riposo (per scelta tecnica) concesso da Zidane. Il superlavoro non ha invece screpolato il momento magico di Pio Esposito, che ha fatto il suo senza neanche sforzarsi troppo. Poi, dopo un’ora, sono subentrati Lautaro, Stanković jr, Bonny, Luis Enrique e il debuttante Spence. Poco o nulla da segnalare: la partita era finita già da un pezzo.

Del Parma, che dire? La nuova versione proposta da Gilardino è sembrata nettamente peggio di quella offerta da Cuesta nelle prime cinque giornate. Tutto qui. Anzi, no: un’aggiunta è necessaria. Una squadra con tanti schemi ma niente cuore, tanta tattica ma niente grinta, tante parole ma niente fatti, tante velleità ma zero praticità. Nel primo tempo, appena quattro falli commessi (di cui uno il rigore!). Così l’Inter ha festeggiato: un goal regalato da una partenza dal basso scellerata, uno da rigore superfluo e un altro da uno sconsiderato pressing alto che ha liberato il contropiede avversario. Spiace profetizzarlo per il buon Gilardino, ma così il Parma non si salva.