"Io torno a dire che è un po' complicato per chi non ha avuto una carriera importante da calciatore arrivare ad allenare, sia per le regole, sia per l'accessibilità ai corsi. Quindi andrebbero riviste tante cose. Il corso è importante se è una formazione, se è un lasciapassare per allenare creerà sempre più ostacoli per chi non ha avuto carriere importanti e un nome altisonante. Alla fine facciamo un corso di allenatori per allenare una squadra di calcio che ci viene affidata da un privato, non è che dobbiamo portare 747 e se non lo sappiamo portare muoiono 300 persone. Se uno senza patentino vuole allenare in Serie A è a rischio e pericolo del presidente. Se io all'Ostiamare voglio portare uno che fino al giorno mio faceva il fornaio perché penso che sia bravo, qual è la necessità del patentino? Mal che vada fallisce la mia squadra, perdo io i miei soldi. Questo è un discorso molto più profondo che io ho fatto per tanti anni, sembro sempre un rompiscatole e in teoria va contro quelli come me."
C'è qualcosa di quasi eversivo, nel calcio italiano, in un allenatore di Serie A che smonta pubblicamente il sistema che lo ha appena certificato. Daniele De Rossi il patentino UEFA Pro lo ha preso, a Coverciano, in un'aula piena di campioni del mondo e di nomi altisonanti che si chiamavano Del Piero, Vieri, Barzagli. È dentro il recinto, potrebbe stare comodo. E invece, alla vigilia di Genoa-Napoli, prima uscita della nuova stagione, si mette a spiegare perché quel recinto andrebbe abbattuto, o quantomeno reso più permeabile. Lo fa con l'immagine plastica del fornaio: se io, patron dell'Ostiamare, penso che il tizio che fino a ieri impastava il pane sia più bravo di un tesserato con la carriera giusta, perché la Federazione dovrebbe impedirmelo? Nel peggiore dei casi fallisco io, con i miei soldi. Nessuno muore, come su un 747 senza pilota. La provocazione è efficace proprio perché è vera. E merita di essere presa sul serio, non liquidata come l'ennesima uscita di un ex calciatore insofferente alle regole.
De Rossi ha ragione nel merito, anche se probabilmente forza la mano nella forma. Il punto non è che il patentino sia inutile: una formazione tecnica, metodologica, psicologica per chi guida un gruppo di ventidue persone ha senso; e nessuno serio propone di abolirla. Il punto è un altro, ed è quello che De Rossi individua con più lucidità di tanti addetti ai lavori: il sistema italiano, attraverso le graduatorie a punti che regolano l'accesso ai corsi, premia strutturalmente chi ha giocato ad alto livello, trasformando una qualifica tecnica in una sorta di certificato di casta. Chi ha vestito la maglia della Nazionale entra quasi per diritto acquisito; chi arriva dai campi di provincia, senza il nome e senza i contatti che una carriera importante porta in dote, deve scalare una montagna fatta di posti contingentati, selezioni regionali e liste d'attesa. Non è un'opinione: è l'architettura stessa del sistema di accesso, che assegna punteggio in base alle presenze in Serie A, in Nazionale, nei campionati che contano, prima ancora di valutare cosa quella persona sappia davvero fare con una squadra in mano.
È qui che l'argomento di De Rossi, per quanto tagliato con l'accetta nel finale, coglie un nervo scoperto reale. Perché il problema non riguarda solo il vertice, ma ha una sua logica anche sotto. Riguarda anche e soprattutto le categorie inferiori, i dilettanti, i settori giovanili di provincia. Lì la domanda che De Rossi pone con il suo fornaio è quasi retorica. Che necessità c'è di blindare l'accesso con gli stessi criteri elitari che si usano per formare chi guiderà una prima squadra professionistica? È in quel sottobosco, non nei palcoscenici, che si gioca la partita vera dello sviluppo di un movimento: quella di intercettare intelligenze tattiche, capacità di leadership, sensibilità didattiche che non hanno nulla a che vedere con il numero di presenze in Serie A. Un movimento calcistico che si allarga, che pesca allenatori anche fuori dal recinto degli ex professionisti, è un movimento più forte, non più debole. Le leghe che in Europa hanno accettato con più naturalezza tecnici senza un passato da campioni — spesso pagando dazio in termini di regolamenti ancora rigidi, ma aprendo comunque varchi — non ne sono uscite indebolite. Anzi, forse anche in questo tema lanciato da De Rossi c’è una spiegazione agli atavici problemi del calcio italiano che ormai ci portiamo appresso da anni.
Va detto però, con altrettanta onestà, che ridurre tutto a un discorso di deregolamentazione totale sarebbe semplicistico. Il tema non è cancellare i corsi, ma riequilibrarli: rivedere i criteri delle graduatorie, allargare i posti disponibili, valutare la competenza acquisita sul campo — negli oratori, nei settori giovanili dilettantistici, nelle scuole calcio — con lo stesso peso che oggi si dà a un trascorso da professionista. Andrebbero riviste tante cose, per usare le sue stesse parole: non tutte, ma alcune sì, e sono quelle che tengono fuori chi un nome non ce l'ha.
Quello che resta, comunque la si pensi sui dettagli, è il valore di un gesto: un tecnico di Serie A, un ex Campione del Mondo, che smonta pubblicamente un privilegio di cui lui stesso ha beneficiato, sapendo di sembrare — sono parole sue — un rompiscatole che va contro i suoi stessi pari. In un ambiente dove le rendite di posizione si difendono quasi sempre in silenzio, questo tipo di onestà intellettuale andrebbe applaudita a prescindere da come la si voglia poi tradurre in un nuovo regolamento federale. Insomma, giù il cappello, già alla prima uscita, per Daniele De Rossi.
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