Dodici anni da direttore sportivo e ventotto nei quadri dirigenziali dell'Inter non si possono cancellare con un colpo di spugna. Si chiude una parentesi fondamentale della storia recente del club nerazzurro, caratterizzata da tanti momenti significativi tra trionfi, tante intuizioni azzeccate e tra inevitabili e fisiologici passaggi a vuoto. Che però nel complesso non minano un'esperienza destinata a creare uno spartiacque tra l'Inter di una volta e quella del futuro prossimo.

Piero Ausilio è stato innanzitutto il primo ed unico direttore sportivo ad aver lavorato per la Milano nerazzurra dopo il lungo regno di Marco Branca. Raccolse una squadra ed una società incapace – dopo il picco dell'epopea morattiana con la conquista del Triplete del 2010 – di rinnovarsi e di ricostruire su solide fondamenta. Il primo momento “iconico”, per ammissione dello stesso Ausilio è stato l'arrivo di Marcelo Brozovic, centrocampista pescato in Croazia dalla Dinamo Zagabria in prestito con diritto di riscatto nel 2015. Un vero e proprio colpo di genio, alla pari di quello avuto da Luciano Spalletti che ne intravide le potenzialità enormi da regista piuttosto che da mezzala valorizzandone ancora di più le qualità. Sono anni complicati i primi sotto la direzione di Ausilio, che soprattutto durante la presidenza di Erick Thohir ha potuto disporre di budget molto limitati per la statura di un club come l'Inter.

La prima fase operativa del dirigente milanese è dunque ricordabile come un tentativo continuo e non facile di creare una struttura di squadra destinata a resistere nel tempo e agli scossoni e alle pressioni di un ambiente chiaramente molto esigente, che ha finito per produrre un turbinio di nomi di calciatori e di allenatori. Tante le scommesse non andate a buon fine (Joao Mario, Gabigol, ma anche Miranda, Vidic, Eder, Banega e Dalbert), fino al primo vero punto di svolta del percorso dell'Inter di Ausilio.

L'estate 2017 – siamo quindi già passati alla proprietà cinese di Suning, che si presenta con l'obiettivo di fare grande nuovamente l'Inter senza lesinare investimenti – è quella che porta ad Appiano Gentile Luciano Spalletti. Il primo grande allenatore che inizia a creare una cultura del lavoro che negli anni a seguire sarà raccolta dai suoi successori, quelli che poi riporteranno i titoli e le coppe. Il tecnico toscano è quello del ritorno in Champions League, traguardo imprescindibile per coltivare ambizioni importanti e per costruire pezzo per pezzo l'Inter che oggi è l'assoluta dominatrice del calcio italiano. Sono gli anni in cui arrivano e si affermano i giocatori che diventeranno i pilastri dello spogliatoio: Bastoni, Lautaro Martinez, Dimarco e Barella su tutti.

Ausilio, con una società alle spalle nuovamente forte sotto tutti i punti di vista con l'avvento di Beppe Marotta come massima espressione dirigenziale, contribuisce a portare l'Inter in una dimensione diversa agli inizi, finalmente consona alla sua storia. E un altro bivio è quello che, dopo il burrascoso congedo di Spalletti, conduce ad Antonio Conte, uno degli allenatori top del momento e l'uomo individuato come l'unico in grado di far salire alla squadra l'ultimo gradino per diventare vincente. Dalla panchina c'è il sergente di ferro, in campo l'anima battagliera si esprime nella garra tipicamente argentina di Lautaro Martinez. Che dell'Inter diventa leader tecnico e poi capitano, ma soprattutto giocatore di caratura internazionale. Definito dallo stesso Ausilio come il suo più grande colpo di mercato.

Così grande da diventare ancora più indispensabile di un grandissimo allenatore come Conte. In molti presagivano che il suo addio, i piani di ridimensionamento di Suning con le cessioni obbligate di Lukaku e Hakimi, fossero il preludio ad un ritorno nella temuta banter era. Niente di più sbagliato: la scelta di puntare su un tecnico ancora emergente a certi livelli come Simone Inzaghi è il primo tassello della costruzione di un nuovo ciclo, gli “scippi” nei confronti del Milan di Calhanoglu e Marcus Thuram, innesti mirati a parametro zero o quasi come Dzeko e Acerbi fanno il resto. A detta dei più critici, l'Inter vince meno Scudetti rispetto al suo potenziale (uno), ma l'allenatore piacentino ha il grande merito di far fare un ulteriore step in avanti e renderla una realtà rispettata anche in ambito europeo. Due finali di Champions League sono lì a testimoniarlo.

E così arriviamo all'ultima tappa dell'era Ausilio. Di cui abbiamo evidenziato diverse scelte rivelatesi intelligenti sul calciomercato – senza ricordare diverse cessioni ben remunerate che hanno permesso al club di rimanere sostenibile al netto della complicata chiusura del periodo cinese e dei rigidi paletti imposti dalla proprietà americana – ma del quale è bene porre in risalto il lavoro che non si vede, quello dietro le quinte per qualsiasi direttore sportivo. Il supporto quotidiano a calciatori ed allenatori, la condivisione delle difficoltà, dei momenti critici e che, nelle società che funzionano, poi cementano gruppi destinati a diventare e rimanere vincenti.

Cristian Chivu che vince al primo colpo – Scudetto e Coppa Italia – raccogliendo una squadra uscita con le ossa rotte dalla finale di Champions League persa malamente col Paris Saint-Germain è l'ultima vittoria di Ausilio. I titoli definiscono a certi livelli e in certe squadre la statura di un allenatore, ma anche in questo frangente è il lavoro sul campo e nello spogliatoio – quello fatto più sulla testa dei giocatori che sulle gambe – che ha fatto dell'ex giocatore rumeno una felice intuizione. Appena 13 partite di allenatore in Serie A a Parma ma un percorso nel settore giovanile nerazzurro e una conoscenza dell'ambiente per esserne stato un pilastro dell'Inter mourinhiana hanno fatto sì che il matrimonio si rivelasse immediatamente azzeccato.

Un bilancio finale e complessivo dell'avventura quasi trentennale di Piero Ausilio all'Inter non può non passare proprio dalla sua amara conclusione. Il naturale epilogo di una storia nella quale erano cambiati i protagonisti principali, ossia i proprietari del club e i suoi dirigenti apicali. Con l'avvento di un fondo americano sono cambiate le dinamiche, con un'attenzione maggiore all'equilibrio finanziario rispetto all'aspetto sportivo. In un'epoca in cui parole come player trading, data analysis e scouting sono divenute centrali, la figura di un direttore sportivo italiano della “vecchia guardia” è diventata meno centrale, forse perché non del tutto in grado di adeguarsi a queste logiche. I critici più severi gli hanno imputato, per esempio, di aver attinto troppo poco negli ultimi anni alle cessioni per finanziare acquisti di prospettiva che avviassero in anticipo un ricambio destinato a compiersi a breve.