È ufficiale: non ci sono tracce del “Milan che gioca sempre per vincere”, promesso da Cardinale in estate. Non esiste neppure il “Milan dominante” auspicato da Amorim. E con buona pace dei trombettieri dagli entusiasmi preconfezionati, non si vede nemmeno “il Milan che finalmente gioca a calcio”. La verità dei fatti, e non della propaganda, è che il Milan di Amorim – purtroppo per tutti – fallisce clamorosamente il primo appuntamento internazionale. Perde con il Benfica nella prima, rimediabile giornata di Europa League. Ma perde nettamente e miseramente, contro una squadra che, anche se citare la storia è inutile, richiama alla gloriosa memoria le finali di Coppa dei Campioni vinte nel 1963 a Londra e nel 1990 a Vienna. Altri tempi…




I tempi attuali raccontano prestazioni disastrose nel collettivo e nei singoli. Eccole. Maignan forse non è impeccabile sul primo goal, ed è sicuramente impotente sul secondo. In difesa si nota la macchinosità di Terracciano nello sconcertante primo tempo; la situazione è migliorata quando lo ha rimpiazzato Gila nella ripresa. Presuntuosetto oltre il lecito, De Winter è stato approssimativo lungo tutta la gara, mentre Pavlovic è apparso volenteroso ma senza guizzi da raccontare.


Discorso a parte per il centrocampo. Chukwueze-Musah-Jashari-Bartesaghi (il quartetto scelto in avvio) non giocherebbe titolare nemmeno nella Lazio, nell'Atalanta o nella Fiorentina… Figuriamoci nella prima notte europea del Milan! Nel dettaglio: Chukwueze frenetico e basta, Musah volenteroso e stop, Jashari compassato e nient’altro, Bartesaghi bravino ma non troppo. Il Benfica l’ha vinta proprio lì: a metà strada fra difesa e attacco.


Anche il reparto avanzato ha lasciato assai a desiderare. Non tanto Cissé, che il suo giovanile (però marginale) apporto lo fornisce sempre, quanto Hutchinson, che a qualcuno è piaciuto. Addirittura “migliore del Milan” l’ha definito all’intervallo Costacurta su Sky, ma in realtà l’inglese è sembrato davvero a disagio nel collettivo e inconsistente nelle giocate personali. Con appoggi così approssimativi e con neanche un pallone decente da giocare, pure Gonçalo Ramos, mister 70 milioni, è stato costretto a far da spettatore. L’attaccante portoghese non è stato mai coinvolto e avrà toccato appena una quindicina di palloni, peraltro neanche mezzo pericoloso. Quando poi Amorim ha deciso di cambiare, Pulisic ha fatto quel che ha potuto, cioè un paio di fiammate vanificate dal raddoppio del Benfica e un’altra iniziativa pericolosa nella disperazione finale. Invece Moreira, inserito al posto di Cissé, non ha riacceso la luce come aveva fatto sabato contro la Lazio. Infine Saelemaekers, subentrato a Bartesaghi, si è impegnato con tanta rabbia e altrettanta frenesia, ma senza cogliere mai l’attimo decisivo. Un quarto d’ora di vigore lo ha regalato Rabiot alla fine, quando ormai era troppo tardi per rimediare alla scellerata formazione iniziale schierata da Amorim.


Troppo tardi per i rimorsi, non per le analisi. Impietose ma vere. Amorim ha già occupato il campo della delusione ed è ormai sull’orlo del fallimento. In tribuna c’era Antonio Conte. L’hanno visto. Ed era proprio lui, in compagnia del suo fantasma: quello che occupa i pensieri dei milanisti e non solo…