Cesc Fabregas è stato sicuramente una delle rivelazioni più clamorose degli ultimi anni fra gli allenatori emergenti in Italia e non solo. Il suo Como è passato dalla Serie B alla Champions League in pochissimo tempo e ora può continuare a sognare in grande.

Direttamente dal palco del Festival dello Sport di Trento, organizzato dalla Gazzetta dello Sport, l'allenatore spagnolo è tornato anche a parlare del no all'Inter nell'estate 2025, di come veda il ruolo di allenatore e delle prossime mosse del club biancoblù.

"È iniziata in maniera strana, non sapevo cosa fare dopo il Monaco. A volte si prendono decisioni più di pancia che di testa, questa è una di quelle. Andavo tante volte con la mia famiglia a Como, ma non sapevo che esistesse una squadra di calcio".

"Dibattito molto interessante, cosa vuol dire giocare bene? L'idea che hai la devi portare avanti con grande convinzione. Il presidente inizialmente pensava al lato strutturale del club, voleva portare più turismo e per farlo gli serviva un calcio attraente.

Quanto più bello è il calcio, tanto più alla gente piace venire. Di questo si è parlato nella prima chiacchierata con il presidente. Poi ho inserito la gente nello staff, i giocatori giusti per seguire la nostra idea.

La vittoria è la vittoria. Non è che prima di ogni gara penso: "Come voglio perdere?". Oggi alla peggio vado a casa perdendo con la nostra idea. Perché se perdi la partita in un modo in cui non credi, poi i rimpianti sono doppi".

"Il merito è tutto suo. Io ho creduto in lui, ma la crescita è stata incredibile per la mentalità e la fame che ha, che sono incredibili. All'inizio dicevo questo a Ludi ed al club: voglio gente con fame che punta a giocare nel Real Madrid, nel Barcellona.

Preferisco uno con meno talento, ma con una fame incredibile di fare carriera rispetto a chi arriva con un grande passato e che ha già fatto i soldi. Questo serve al Como".

"Prima di comprare qualcuno ol passaggio è lunghissimo, non so quante riunioni facciamo, pensiamo sempre al mercato successivo per essere sei mesi in avanti. Non so chi comprerò, ma il profilo che mi serve per migliorare sì.

Ludi sta facendo un lavoro incredibile, in un mercato una volta ha fatto 31 operazioni fra entrate e uscite. Per un allenatore e per una società una cosa così non è facile da gestire: inizi con una squadra nuova ogni sei mesi. Ti fa crescere, ma c'è un rischio grandissimo perché magari qualcuno manca di esperienza e può rallentare il processo di crescita".

"Con Conte al Chelsea avevo già 29 anni. Prima ho avuto Wenger e non si faceva così tanta tattica, non lavorava così sulla mentalità, ma era bravissimo a prendere giocatori con la stessa idea di calcio dandoti tanta libertà.

Conte era attento al dettaglio, alla struttura, al movimento, per me all'inizio era anche pesante. Nessuno mi aveva mai detto dove dovessi passare la palla. Il terzino mi passa la palla, di prima la metto a Diego Costa che fa gol. Pensavo andasse bene visto che abbiamo segnato, ma Conte a fine allenamento: "Nooo, il calcio non è questo", e mi spiega dove avrei dovuto passarla".

"Il no all'Inter è stata una scelta coraggiosa o c'è stata anche un po' di paura per andare in una realtà così grande e così presto dopo pochi anni da allenatore? Sono uno che pensa tanto e analizza tanto. So che per giudicare un allenatore alla fine di una carriera si conteranno i trofei vinti ed è giusto che sia così.

La cosa più importante è il tempo ma per un allenatore non c'è mai tempo: il caso più eclatante è Arteta che ha fatto tre volte ottavo e poi quinto, poi ora dopo 7 anni ha vinto la Premier ed è arrivato in finale di Champions. A Como abbiamo una visione chiara, ci fidiamo reciprocamente: preferisco crescere qua e far crescere l'identità di questo club. Se un giorno andrò via dal Como, vogliamo tutti che chi verrà dopo porterà avanti il progetto".

"Tanti ragazzi sono venuti a Como per me, non lo dico per arroganza. Hanno creduto in me. Nico Paz è arrivato qui dal Real Castilla, ora si parla di dargli la 10 di Messi. Due anni fa suo papà ha messo tutta la sua fiducia in me. Posso dire lo stesso di Alex Valle, di Perrone, di Da Cunha, di tanti altri. Quando li vedo, non posso andare in altre squadre: mi sento in debito, si sono fidati di me e ora devo dare loro tutta la mia vita. Per me sono il mio scudetto”.

"Non sono nessuno per dire cosa sia sbagliato. Ora abbiamo provato a creare la nostra accademia che praticamente è nata due anni fa. Tutti questi esperti vi possono dire che magari ci vorranno 10 anni. Abbiamo 3 giocatori nell'Under 16, 3 nell'Under 17, 3 nell'Under 18 e via dicendo, piano piano stiamo costruendo e arrivando. Vogliamo portarli in prima squadra. Si deve lavorare, costruire, credere.

Prendo Liberali: quando ho parlato con lui gli ho detto 'non ti prendiamo perché sei italiano'. Mi piace come gioca, la sua personalità di come trasferisce il suo calcio in un contesto che non lo favorisce fisicamente. Davanti ha Nico Paz, Baturina, Caqueret, ma se lui fa bene le cose e merita a me non me ne frega niente dell'età. Formiamo parte del calcio italiano, mi sento italiano, sono sempre in vacanza in Italia anche se vivo qui. Ora stiamo anche provando ad aiutare nel formare i calciatori italiani".

"La sua storia è interessante. Avevamo analizzato la nostra squadra dopo i primi sei mesi. Giocavamo come avevo in testa, ma dopo mancava l'ultima giocata, mancava la fisicità quando arrivavano difensori come Ndicka o Hien. Ci serviva uno con quella potenza, che sa fare gol. Aveva fatto gol anche in Olanda. In Spagna aveva una media gol alta ma non giocava sempre. Mi piaceva moltissimo per la sua mentalità, me ne avevano parlato molto. La mentalità fa la differenza nella vita. Serve avere la mentalità di Douvikas che dopo ogni gara viene lì e mi chiede dove ha sbagliato e dove deve migliorare".