Mettendo subito le mani avanti, quasi a giustificarsi di una certa difficoltà nella descrizione-argomentazione (il soggetto, capirete, è complesso), diciamo che solo internet può aiutare le nuove generazioni a comprendere, se possibile, quanto sia stato forte e cosa sia stato, in generale, Thierry Henry.
Ci viene in soccorso un reel rilanciato più di una volta, a ragion veduta, dai canali ufficiali dell’UEFA e presa in prestito (lecitamente o meno) da tutti quelle pagine che puntano molto sull’editing, le canzoni di sottofondo (specie se brasiliane) e gli effetti visivi (non ce ne sarebbe bisogno). Ottavi di finale di Champions League, l’anno è il 2006.
Al Santiago Bernabeu un Real Madrid che oggi può sembrare goffo, pur contando sulla presenza di Ronaldo, David Beckham e Zinedine Zidane (tra gli altri, in panchina, c'è anche Antonio Cassano), ospita l’Arsenal di Arsene Wenger. Ai più giovani consigliamo la visione degli highlights: ai più pigri, invece, può bastare la clip che vede Thierry Henry condurre palla nel terzo dei cinque minuti di recupero, coi Gunners in vantaggio per 0-1 grazie a una sua rete siglata all’inizio del secondo tempo.
C’è ancora la regola dei goal fuori casa e non è tanto quel che ci si aspetta che faccia l’attaccante dell’Arsenal in quel momento, e che poi effettivamente fa in quel momento, a trasmettere il livello della sua intelligenza, ma è come lo fa che non (e ribadiamo, non) sorprende.
Henry riceve palla nella sua metà campo e zompetta a un ritmo che sembra stanco e svogliato, attirando su di sé Sergio Ramos: quando lo spagnolo si sgancia è praticamente finita. Il capitano dell’Arsenal dà un colpo alla palla e se la allunga di svariate decine di metri. E corre: fulmina il giovane terzino del Real, mentre Roberto Carlos (quel Roberto Carlos), accenna una rincorsa che sa già essere inutile. In suo soccorso arriva Álvaro Mejía. Quando Henry raccoglie il suo stesso “passaggio”, la palla si sta dirigendo verso la bandierina del calcio d’angolo, ma rallenta all’altezza del vertice alto dell’area di rigore: il francese la aiuta accompagnando quest’utile processione verso la zona più distante dalla sua porta. Mejía interviene in scivolata: figuriamoci, evitata. L’attaccante stoppa la sfera all’interno della lunetta e la protegge: lo spagnolo ci mette la punta. Il gioco è fatto. È caduto nella trappola.
Henry si gira a favore della telecamera presente a bordocampo come un attore hollywoodiano che sa di essere ripreso in tribuna durante l’interruzione di un evento sportivo. Alza una mano, impassibile. Senza mai guardare l’obiettivo. Poi ritorna sui suoi passi camminando.
Le Gen Z e Alpha riassumerebbero con “Aura” quanto appena descritto. Questo, però, è davvero solo un piccolissimo pezzo di ciò che è stato Thierry Henry.
Prima di diventare un attaccante implacabile, uno dei più forti al mondo per molti anni e, sintetizzando, il simbolo di un decennio (per parecchi l’idolo di sempre), Thierry Henry è stato come molti suoi colleghi un “progetto”. Il giovane “Titi” è dotato di qualità fuori dal comune: ha tecnica, ma soprattutto è velocissimo, sia nei primi passi che nella progressione. Ha un ritmo di corsa eccezionalmente regolare: se parte, insomma, diventa imprendibile.
Questo Arsène Wenger lo sa. Alla fine degli anni Ottanta in Francia prende avvio il programma di crescita dei giovani francesi a Clairefontaine: Henry è, possiamo dirlo, uno dei primi veri prodotti eccellenti del centro di formazione e quando entra a far parte del Monaco, club allenato dallo stesso Wenger, il concetto di “asse” tra giovanili e prima squadra è già pienamente funzionante.
L’allenatore alsaziano lo vede in quel momento come ala, in un periodo storico in cui le ali sembravano poter rompere qualsiasi equilibrio, e quando lo fa esordire in prima squadra, alla fine dell’estate del 1994, Henry è a tutti gli effetti un esterno d’attacco. Henry gioca due partite con Wenger in panchina, poi questo viene esonerato e “Titi” non viene più convocato per svariati mesi: ovviamente solo un folle può tenere fuori un talento del genere. Giocherà altre sei partite siglando tre goal (due al Lens, uno al Nantes) in sei giorni.
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Quel che ci interessa non sono tanto i numeri che ci portano a un anno cruciale come il 1998 (che citiamo brevemente: nelle sue prime quattro stagioni tra i professionisti mette a segno ventisette reti, con sette centri in una singola edizione di Champions League tra il 1997 e il 1998, terminata per lui con la doppia semifinale contro la Juventus), quanto la traiettoria di crescita che lo accompagna fino ai Mondiali vinti con la Francia.
Henry li gioca a destra (che adesso può sembrare un’eresia, considerando quanto letale sia stato nel trovare lo spazio giusto, più avanti nel corso della sua carriera, sfruttando la zona sinistra del campo), ma sempre esterno: è ancora un calciatore che basa molto del suo calcio sulla velocità, ma l’idea di spostarsi al centro (da giovanissimo il francese era una punta) era già stata presa in considerazione. Quel che gli mancava, oggi fa sorridere, era la capacità di far goal (nonostante i tre messi a segno proprio ai Mondiali, cosa che avrebbe ripetuto due anni più tardi agli Europei, vinti anche quelli).
“Ero veloce, ma avevo bisogno di dieci occasioni per trasformarne una in goal, ma al contempo continuavo a crearle. Allora mi dicevo: ‘Non avrai sempre queste occasioni. Devi buttarla dentro’”, ha affermato Henry in un’intervista rilasciata al Blizzard. “Non sono nato con il dono del goal. Ho iniziato come esterno, lavorando sui cross: questo mi ha aiutato a comprendere il ruolo di chi serve la palla”.
Questo passaggio è un punto chiave per comprendere chi e cosa è stato Thierry Henry. Il talento (esagerato) al servizio del lavoro incessante (nella stessa intervista racconta di essersi allenato ripetutamente e in maniera ossessiva con l’allora preparatore atletico del Monaco Claude Puel migliorando il suo posizionamento utilizzando delle sagome. In un recente post su Instagram, invece, lo vediamo sollevare pesi e dirci, nel copy, che "le ripetizioni creano abitudini").
Non c’è molto da dire su quello che è accaduto dopo il Mondiale che ne ha consacrato il valore assoluto: nel gennaio del 1999 si trasferisce alla Juventus perché Luciano Moggi lo vuole a tutti i costi per sostituire l’infortunato Alessandro Del Piero, ma di fatto il suo arrivo in Serie A ritarda solamente di qualche mese l’approdo in Premier League, all’Arsenal (che aveva ingaggiato con i bianconeri una sorta di asta, perdendola, per portarlo in Inghilterra).
A Torino Henry rischia semplicemente di smarrirsi: il cambio in panchina da Marcello Lippi a Carlo Ancelotti lo decentra in maniera quasi innaturale, tanto che “Titi” si trova inspiegabilmente sulla fascia.
“Mi hanno messo sulla fascia. Quando eravamo in fase difensiva, mi trovavo in difesa. In attacco invece dovevo fare la terza punta. Era tutto nuovo per me. Ho giocato quasi tutte le partite senza capire bene il mio ruolo”, spiegherà il francese. Oggi possiamo dire che si sia trattato di uno dei più grandi equivoci tattici della storia del calcio.
“Non mi resi conto che Thierry Henry non era un’ala. Non pensavo che potesse giocare centralmente, non mi ha mai detto che ne fosse capace”, spiegherà Ancelotti a La Repubblica. L’allenatore, che al suo arrivo alla Juventus cambia pelle tattica da 4-4-2 a 3-5-2 poi, lo riporterà col passare delle settimane più vicino alla porta, ma la sua esperienza in Italia dura poco.
“Ti mandiamo all'Udinese ma crediamo in te”, gli dissero, come ha raccontato Henry al podcast Stick to Football. Alla fine della prima stagione alla Juventus il club vuole girarlo ai friulani per avere in cambio Marcio Amoroso. “Grande fiducia… credete in Del Piero? Allora mandate lui”, fu la risposta di Henry. Rapporto finito: e qui arriviamo al punto.
All’Arsenal “Titi” non ritrova solo Wenger, ma viene spostato al centro: il turning point perfetto. La trasformazione è completa.
“Sono arrivato come un’ala e il mister mi ha detto di giocare come centravanti. E l’ho guardato come a dire: ‘Oh, non voglio essere arrogante, ma a livello internazionale sono un’ala, ho appena vinto i Mondiali da ala, la gente nel mondo mi conosce come un’ala, sono abituato a giocare come ala. E tu vuoi farmi giocare al centro?’. E lui: ‘Sì, fidati di me’”.
Arsène Wenger lo conosce bene. Lo abbiamo già scritto. Al suo arrivo all’Arsenal per sostituire Nicolas Anelka, Thierry Henry segue ciecamente, o quasi, le direttive del suo nuovo (vecchio) allenatore, come racconta nel documentario “Thierry Henry - The Legend”.
“L’ho conosciuto a Monaco quando aveva diciassette anni e mezzo e giocava nelle giovanili e pensai ‘questo ragazzo crea tante occasioni’. Poi le situazioni lo hanno portato a giocare largo ed è diventato un’ala e ha perso un po’ d’abitudine a segnare, e ha iniziato a sbagliare. E così si è convinto che non potesse segnare perché tutti gli rimproveravano questo. Quindi ho detto: ‘Ok, ricominciamo a metterti al centro’”, spiega nello stesso filmato Wenger.
Il francese, infatti, ha una spiccata capacità di trovare sempre il modo per smarcarsi dagli avversari, offrendo linee di passaggio pericolose ai suoi compagni: in più, come abbiamo visto, è dotato di qualità tecniche e fisiche importantissime. Manca l’abitudine, ma come avrete compreso “Titi” è, oltre che un grande professionista, un lavoratore metodico all’inverosimile.
“Abbiamo lavorato molto con lui su specifici esercizi di corsa e finalizzazione e gli è tornata la fame del goal: è diventato più calmo di fronte alla porta perché era così intelligente da capire subito cosa fosse importante”, afferma Wenger, che lo inserisce nel secondo tempo della prima sfida stagionale di Premier League contro il Leicester. Ha un’occasione da rete (in verità è bravo a crearsela), ma la sciupa. Racconterà che, all’inizio, il progetto del suo allenatore non lo aveva convinto del tutto: “Sembrava non funzionare”, dice.
Oggi ripensare a un Henry in grossa difficoltà nel trovare la via del goal con continuità è semplicemente pura follia: i tifosi dell’Arsenal, come molti giornalisti (nel documentario di cui vi abbiamo parlato ce ne sono alcuni che dicono, senza troppi giri di parole, di aver pensato che non fosse all’altezza), hanno dovuto attendere l’ottava giornata per ricredersi. E stropicciarsi gli occhi.
Il suo primo centro coi Gunners è un’anteprima estremamente sintetica di ciò che avrebbero visto negli anni a seguire: dopo essere subentrato a Nwankwo Kanu al 71’, contro il Southampton, il francese riceve da Tony Adams (capitano, pensate quanto simbolismo c’è in tutto questo) un pallone che stoppa al limite dell’area, spalle alla porta e braccato da Marco Almeida. Prende un po’ di spazio dal difensore, si gira in pochissimi metri e scarica un destro a giro che sorprende Paul Jones. Lui esulta, l’Arsenal vince. Alla fine della sua prima stagione a Londra i goal messi a segno saranno diciassette in trentuno gare di Premier League, sette in otto di Coppa UEFA (e altri due rispettivamente in Champions League e coppa di lega). Alle nuove generazioni basterebbero i numeri (duecentoventotto centri in trecentosettantasette gare): noi preferiamo un’altra immagine.
“Alcuni della sicurezza e l’arbitro ci dissero: ‘Ragazzi, per favore, se vincete il titolo non festeggiatelo qui’. E a essere sinceri tutti abbiamo detto “Ok, lo capiamo, creerebbe solo caos’”: è il 2004 e Thierry Henry e i suoi compagni, gli “Invincibili”, si presentano a White Hart Lane con la quasi-matematica certezza del titolo. Quasi-matematica: bastava un punto, un dettaglio. Gli fanno tutte le raccomandazioni del caso: non qui, non ora. Non davanti al Tottenham e ai suoi tifosi. Se dovesse essere, per favore, non esagerate.
I Gunners vanno in vantaggio per due reti (Vieira e Pirès), gli Spurs rimontano e pareggiano grazie a Redknapp e Keane, su rigore in pieno recupero.
“Ricordo Taricco saltare e correre in giro, festeggiare un pareggio. Ripeto: festeggiare un pareggio. Lo guardai e gli dissi: ‘Mi pigli in giro?’. E lui: ‘Sì’, saltellando davanti a me. E io: ‘Lo sai che ci serve un punto per vincere il titolo a casa vostra?’. E lui iniziò a parlare e parlare… gli dissi: ‘Guarda cosa faccio alla fine’”, racconta Henry. “Se fai il duro, poi sii duro alla fine. E alla fine della partita tutti ci ricordarono ‘Non festeggiate’ e io risposi ‘Cosa? Io festeggio’”: e così è stato.
Il francese, da capitano dell’Arsenal, guida i suoi stessi compagni, increduli, sotto il settore ospiti occupato dai tifosi, nuovi campioni d’Inghilterra. Si toglie la maglia, la sventola in area ripetutamente. Trascende i limiti corporei di calciatore e diventa un idolo. Un simbolo.
Con un passo indietro non indifferente torniamo al novembre del 2002: Highbury, altro Derby londinese contro il Tottenham. Impossibile comprendere cos’è stato “Titi” per i Gunners, e per il calcio, senza parlare di “quel” goal.
Al quarto d’ora si intesta una transizione dalla sua metà campo a quella avversaria, con Matthew Etherington che quasi lo abbraccia per non farlo partire in contropiede. Inutile dire che non serve a nulla: in batter d’occhio è già al limite dell’area. Finta un tiro con il destro, portandosela sul sinistro e sbilanciando Stephen Carr, che prova a rimanere in piedi, ma non riesce a chiudere lo specchio, rallentando sulla seconda finta di Henry. A nulla serve il raddoppio di Ledley King: “Titi”, in un istante, calcia con il mancino, in controtempo, spedendo la palla alle spalle di Kasey Keller.
Sembra un goal facilissimo, ma custodisce due aspetti fondamentali del calcio del francese. Il primo è simbolico e lo liquidiamo subito: dopo aver segnato corre furiosamente ed esulta scivolando sulle ginocchia, consegnando alla storia l’immagine poi immortalata dalla sua statua attualmente fuori da Emirates Stadium. Il secondo è concettuale: nella maggior parte dei suoi centri il portiere sembra impacciato, goffo. Indeciso. La verità è che quando Henry ha lo specchio libero, l’estremo difensore avversario non sa mai dove buttarsi.
Ogni volta che “Titi” calcia sembra tutto facile. La palla stessa sembra viaggiare a una velocità rallentata, che quasi ci si interroga sul perché il portiere non sia riuscito a intervenire. Quasi viene fuori un: “Ma questa, io, la paravo”. Come no. Una delle sue reti più iconiche, siglata a inizio ottobre del 2000 contro il Manchester United, fa addirittura pensare a un’imprecisione di massa, contagiosa, diffusa in tutto il reparto difensivo dei Red Devils: stoppa spalle alla porta, alzandosi la palla, e calcia al volo alle spalle di Fabien Barthez. Roba da matti.
Il fatto è che Henry nasceva come giocatore “fuori” dall’area di rigore e questo, in un’epoca in cui si marcava ancora prevalentemente “all’interno” dell’area di rigore, rappresentava un punto di rottura: il francese attirava su di sé gli avversari, li costringeva a uscire e, una volta caduti nella trappola, li puniva con la propria velocità, concludendo quasi sempre sul secondo palo.
Sono decine e decine i goal siglati nella stessa-identica-maniera da Henry: tiro secco, nell’angolo più lontano. I portieri, tanto, difendono sempre il primo. A volte rimangono piantati sulle proprie gambe, non sapendo dove andare. Quando calcia da fuori, poi, li sorprende con conclusioni imprendibili.
La capacità di cui abbiamo parlato prima di ritagliarsi sempre lo spazio giusto tra le linee (ripresa, moto alla lontana, da Kylian Mbappé, oggi) se l’è portata dietro pure quando dall’Arsenal è passato al Barcellona, nel 2007. In blaugrana ci arriva come giocatore che ha già dato tanto, che ha quasi vinto la Champions League con i Gunners (perdendo proprio contro i catalani, in una serata che passerà alla storia come quella in cui si sfogherà sottolineando come Ronaldinho ed Eto’o non si fossero mai visti, a differenza di Larsson), maturo e non più fisicamente nel suo “prime”: dopo un primo anno con Frank Rijkaard in panchina (in doppia cifra), Pep Guardiola lo riporta ala, ma considerando sempre che “il centravanti è lo spazio” e che “Titi” nello spazio è devastante, segna una quantità incredibile di goal (ventisei tra tutte le competizioni a trentadue anni), ma soprattutto vince il Triplete.
Sergio Ramos, evidentemente non ricordando chi fosse Henry, crede di poter coprire la sua marcatura a zona, mentre il francese, in un Clasico finito 2-6 per i blaugrana, dopo aver scaricato su Lionel Messi a centrocampo gli prende il tempo, alle spalle. “Titi” lascia rimbalzare il pallone più di una volta e poi conclude con il piattone battendo Iker Casillas. Sul secondo palo, ovviamente.
Oggi Henry è un opinionista televisivo che rispecchia fedelmente il personaggio che è stato in campo. È estremamente intelligente, molto lucido, irriverente. Beffardo (su questo termine potremmo costruire un ponte tra le sue partite più iconiche e la mano che ha spinto la Francia ai Mondiali 2010, contro l’Irlanda, ma non lo faremo). Sa quel che deve dire, come dirlo e quando dirlo.
Ha i tempi che in campo gli hanno permesso di diventare una leggenda, un’icona (per molti ragazzi dei primi anni Duemila, Henry è stato anche il simbolo di un’era videoludica culminata con la copertina di FIFA 2004, con Del Piero e Ronaldinho). Ma soprattutto il simbolo dell’Arsenal.
Nel 2012, con la MLS ferma, decide di andare in prestito all’Arsenal, lasciando momentaneamente i New York Red Bulls: non avrebbe dovuto tornare. Non avrebbe dovuto farlo. Non era una “Last Dance”, era un inutile revival che nessuno aveva chiesto. Invecchiato, affaticato dagli anni e dai ritmi americani, molto distanti da quelli della Premier League (di cui era diventato il giocatore più forte tra il 2003 e il 2004). Il fatto è che era pur sempre Henry.
Pochi giorni dopo il suo ritorno a Londra, Wenger lo fa subentrare a Marouane Chamakh in FA Cup contro il Leeds. Il momento della partita è praticamente lo stesso di quello della gara contro il Southampton, nell’anno del suo esordio. C’è la netta sensazione che i tifosi siano ad assistere a quel match solo ed esclusivamente per vederlo giocare, che quasi non gli importa il risultato. Dieci minuti dopo, con il pallone in possesso di Alex Song, “Titi” scatta alle spalle di Zac Thompson e riceve il filtrante del suo centrocampista: lo stoppa e conclude, chiaramente, sul secondo palo. Ed esulta. Ha appena segnato un “goal alla Henry”. “È stato il primo goal della mia carriera che ho segnato da tifoso”, dirà. Ha la barba, ma la toglierà presto.
Ci sono tanti altri modi, probabilmente, per far conoscere Thierry Henry alle nuove generazioni. Il rischio di rimanere bloccati sui propri presupposti come i portieri e gli avversari che ha affrontato, e ingannato, è alto almeno quanto alta è stata la sua voglia di evolversi, perfezionarsi (al di là dei titoli e i Palloni d’Oro che, forse, avrebbe meritato) e definire la sua “Aura”. Ecco, così, probabilmente, Gen Z e Alpha possono comprendere, in parte, cos’è stato “Titi”. Mano alzata dopo un auto-passaggio al Bernabeu. Espressione teatrale. La rappresentazione scenica della “beffa” prestata allo spettacolo del calcio. Più semplicemente, uno dei più grandi della sua epoca.
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