Ci sono stagioni in cui un piazzamento certifica semplicemente la bontà di un lavoro. E ce ne sono altre in cui, quasi senza accorgersene, quel piazzamento diventa il punto di partenza per qualcosa di più. Roma e Como arrivano al campionato 2026-27 esattamente lì: non ancora al livello delle grandi favorite, ma abbastanza avanti nel proprio percorso da non poter più considerare lo Scudetto un pensiero proibito.

Il terzo e il quarto posto dell'ultima stagione hanno detto molto più di una classifica. Hanno certificato la forza di due progetti tecnici riconoscibili, costruiti attorno a due allenatori che appartengono a generazioni diverse ma condividono una stessa ambizione: Gian Piero Gasperini vuole portare a compimento una carriera straordinaria; Cesc Fabregas sta cercando di accelerare una parabola che, a soli 39 anni, ha già assunto contorni fuori dall'ordinario.

La Roma sta provando a fare un mercato funzionale a Gasperini: ha aggiunto struttura, gamba, esperienza e alternative, inserendo Molina e Castro in un gruppo che già a gennaio aveva cambiato volto con Malen. Non è ancora una rosa compiuta, ovviamente. Manca quel trequartista di piede destro capace di aggiungere fantasia e imprevedibilità tra le linee e, soprattutto, servirebbe un vice Wesley credibile: affidare a un giocatore che ha già mostrato qualche fragilità fisica l'intero peso della stagione - per giunta in un ruolo così importante per Gasp - sarebbe un azzardo. Tanto più con la Champions alle porte.

Ma sono gli ultimi dettagli. E se arriveranno giocatori all'altezza di queste due necessità, potremmo anche definire quella di Gasperini come una rosa sufficientemente profonda per pensare non soltanto di competere, ma di reggere l'idea della vittoria. Perché il punto, a Roma, è proprio questo. Gasperini non è stato chiamato per rendere la squadra semplicemente più bella o più intensa. È stato chiamato perché, dopo una carriera in cui ha portato un club come l'Atalanta a frequentare stabilmente l'Europa e a vincere un trofeo internazionale, gli manca ancora il campionato. Lo Scudetto è l'unico grande capitolo rimasto aperto. E Roma, per dimensione, pressione e storia, è probabilmente il luogo più coerente per provare a scriverlo.

Dall'altra parte c'è il Como, che ha scelto una strada persino più ambiziosa: non farsi intimidire dalla propria crescita. La qualificazione in Champions avrebbe potuto suggerire prudenza, una campagna acquisti orientata soprattutto a colmare le lacune di una squadra chiamata per la prima volta a misurarsi con l'Europa dei grandi. È successo l’opposto. Il mercato degli Hartono ha seguito la logica che accompagna il progetto da quando Fabregas ha cominciato a plasmarlo: non comprare nomi, ma caratteristiche. Nico Paz è diventato definitivamente del Como, andando a sbattere in faccia la moneta a un club come il Real Madrid. E poi sono arrivati due o colpi “alla Como”: Mattia Liberari, Yan Couto, Kaiki, Luis Milla e Chalobah, allargando una rosa che già aveva dimostrato di possedere qualità, tecnica e una precisa idea di calcio. Non è una collezione di figurine, ma una squadra che come nelle passate stagioni prova ad aumentare le proprie possibilità senza tradire se stessa. E fin qui c’è sempre riuscita.

Ed è proprio qui che il Como diventa interessante anche in prospettiva Scudetto. Non perché oggi sia ragionevole considerarlo favorito: a questa voce c’è solo una squadra e resta chiaramente l’Inter campione in carica. Ma perché il Como non ha più l'aria della sorpresa che deve difendere il proprio posto al tavolo. Ha iniziato a comportarsi come una società convinta di meritare di starci e in campo fa la stessa identica cosa. Per quanto fosse solo calcio d’agosto, infatti, l’atteggiamento tenuto nell’amichevole in casa dell’Arsenal ha impressionato: zero timore reverenziale e la voglia di continuare a esprimere ciò che fin lì li ha portati. A prescindere dal palcoscenico e dal contorno.

Ecco, a proposito di “contorno” - virgolettato d’obbligo - per entrambe c’è poi la Champions. Il grande punto interrogativo sopra entrambe le ambizioni. Per il Como sarà un apprendistato severo: ritmi, trasferte, avversari, una stagione senza più zone d'ombra nel calendario. Per la Roma sarà invece il banco di prova di una rosa costruita per sostenere il calcio di Gasperini anche quando il calendario comincerà a presentare tre partite in otto giorni.

Ma la Champions non è necessariamente una condanna al ribasso. Lo insegna proprio Gasperini. Alla prima partecipazione dell'Atalanta, nel 2019-20, la Dea chiuse il campionato al terzo posto, a cinque punti dalla Juventus campione d'Italia, mentre in Europa arrivò a 6 minuti dal passaggio in semifinale (non molti ricordano che i gol di Marquinhos e Choupo-Mouting, per il PSG, ribaltarono il vantaggio di Pasalic solo in pieno tempo di recupero). “Stagione covid”, direte voi. D’accordo. Ma fino all’accesso ai quarti fu calcio vero. E alla ripresa delle operazioni in estate non fu nemmeno così peregrina l'idea che quella squadra potesse provare a contendere il titolo alla Juventus. Il doppio impegno logora, certo. Ma può anche alimentare sogni e ambizioni con energie che non si credevano di possedere; oltre ad abituare la squadra a vivere e gestire partite di peso.

È questo, allora, il punto di Roma e Como. Non sono le favorite. E sarebbe folle indicarle come tali. Ma sono abbastanza forti da poter considerare lo Scudetto una possibilità concreta, non più una suggestione estiva.

Per Gasperini sarebbe il coronamento: l'ultimo grande bersaglio di una carriera costruita contro le gerarchie, fino a sovvertirle. Per Fabregas sarebbe qualcosa di diverso e forse ancora più vertiginoso: la dimostrazione che il progetto Como può passare, in pochissimo tempo, dalla sopravvivenza alla Champions e dalla Champions alla possibilità di guardare tutti negli occhi.

Poi arriveranno gli infortuni, le partite sporche, le settimane difficili, la fatica, i doppi impegni ravvicinati, i punti persi che sembravano già in tasca. Per ora, però, Roma e Como hanno fatto abbastanza per meritarsi una domanda che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata persino irriverente: perché non provarci? 

Che non significa promettere lo Scudetto o porselo immediatamente come obiettivo. Significa, casomai, mettersi in condizione di poterlo inseguire.

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