Parliamo di un caso senza precedenti nella storia, non solo del calcio inglese, e che soprattutto getta un'inquietante ombra sull'intero panorama della Premier League. Legittimamente raccontato e sponsorizzato come il modello gestionale a cui ispirarsi e che tutto il resto del mondo invidia. Almeno fino a quando il Manchester City-gate non è esploso in tutto il suo clamore e apre a riflessioni profonde su come sia stato possibile – sempre che le accuse reggano in dibattimento – che per un periodo così lungo (dal 2009 al 2018) un club di questa importanza abbia potuto sfruttare le maglie larghe della normativa sul Fair Play Finanziario per mettere in piedi un sistema di costante violazione delle regole. E, a questo punto il sospetto è legittimo, chissà quante altre potrebbero essere state infrante anche da altri soggetti.
Rimaniamo ai fatti e non facciamoci trasportare dalle emozioni e dalle sensazioni, ma di condotte disinvolte e particolari in questi anni ne abbiamo viste molte nel cosiddetto “paradiso” inglese. Dalle operazioni di mercato a getto continuo del Chelsea post-Abramovich, che sotto la gestione di BlueCo ha investito oltre 2 miliardi di euro per giocatori da ogni angolo del mondo, alcuni dei quali dirottati poi in un club satellite come lo Strasburgo, alla parabola del Leicester campione nel 2016 e oggi a rischio di precipitare nelle serie inferiori per infrazioni finanziarie. Passando per altre gestioni finite nel mirino come quelle di Nottingham Forest (sempre per il caso delle multiproprietà) e Wolverhampton (la fortissima influenza dell'agente Jorge Mendes in sede di mercato). Per non parlare di uno dei più celebri casi di "sportwashing", come quello messo in piedi dall'Arabia Saudita col suo investimento nel Newcastle attraverso il fondo PIF.
La vicenda che ha come protagonista il Manchester City è ben diversa e fa riferimento ad un livello superiore, se dimostrato, di competere oltre le regole stabilite. Perché se fosse comprovato che la proprietà emiratina e i suoi amministratori abbiano architettato un sistema per aumentare sensibilmente i ricavi della società appoggiandosi a sponsor riconducibili sempre alla famiglia reale, che i costi siano stati deliberatamente abbassati per rimanere dentro i paletti economici imposti dalla Premier e che soprattutto ci si sia adoperati per eludere ed ostacolare ogni forma di controllo, tutta la narrativa sui grandi e più recenti successi del City risulterebbe smontata e compromessa in un colpo solo. E finirebbe per “infangare” pure la reputazione di personaggi che, più o meno consapevolmente, avrebbero fatto parte di questo meccanismo.
Nel 2019, al termine della finale di FA Cup vinta nettamente dal Manchester City sul Watford, il collega Rob Harris chiese a Pep Guardiola se fosse a conoscenza del fatto che il suo ingaggio fosse stato pagato, a partire dal 2016, in parte o totalmente da soggetti esterni rispetto al Manchester City. Un'accusa rivolta anche nei confronti di uno dei suoi predecessori, l'attuale ct della Nazionale Roberto Mancini, per la quale al momento non esistono riscontri oggettivi né procedimenti nei confronti delle persone interessate. La replica di Guardiola in quello specifico frangente fu netta e profondamente infastidita: “Mi stai accusando di qualcosa? Ti rendi conto che domanda mi stai ponendo? Credi che mi meriti in questo momento di ricevere una domanda come questa? Se abbia ricevuto del denaro da altre situazioni?”.
Attenzione. Qui non si tratta di gettare la croce addosso a nessuno e nemmeno di voler accusare formalmente nessuno di presunte condotte irregolari. Le indagini condotte dalla commissione indipendente nominata dalla Premier League per fare luce sulle possibili irregolarità commesse dal Manchester City hanno portato a conclusioni che andranno supportate da documenti, testimonianze e quant'altro in un'aula di tribunale. E al tempo stesso non si può avere oggi, senza evidenze precise, la presunzione di ritenere che gli allenatori o i calciatori che si sono avvicendati tra il 2009 ed il 2018 fossero a conoscenza della provenienza del denaro che il Manchester City ha versato nei loro conti bancari. E' sempre bene ricordare che sono tutti innocenti, fino a prova contraria.
Pep Guardiola potrebbe essere paradossalmente una vittima dell'ipotetico sistema fuorilegge messo in piedi dalla sua ex società. Che gli ha consentito di arricchirsi molto e di contribuire a scrivere pagine leggendarie della storia di questo club e dell'intero movimento calcistico inglese. Perché, provando a ragionare solo di sport, l'impatto che l'allenatore catalano ha avuto in quella specifica realtà è evidente. C'è un prima ed un dopo e questo è un riconoscimento che nessuno potrà mai negargli o sottrargli, anche in presenze di eventuali condotte improprie da parte degli amministratori del Manchester City.
Il Guardiola allenatore è destinato ad essere ricordato per sempre come un'icona del calcio mondiale per il contributo che ha saputo dare alla sua evoluzione e per lo spettacolo di cui anche noi abbiamo beneficiato. Ma un discorso è quello sulla professionalità espressa da Guardiola meramente nell'ambito del campo ed un altro è il giudizio di natura etica qualora dagli atti dovesse emergere altro.
Il tecnico catalano ha vissuto negli anni una relazione anche personale molto forte con gli uomini al comando del Manchester City, in primis col presidente Khaldoon-Al-Mubarak e ha sempre difeso pubblicamente il suo club, anche quando fu inizialmente sospeso per due anni dalla Champions League per presunte e ripetute violazioni del Fair Play Finanziario Uefa, prima che il TAS di Losanna ribaltasse tutto. E ne ha preso le difese pure nelle scorse ore, quando ha fatto arrivare il suo messaggio di supporto ai tifosi e a tutto il mondo City in queste ore di grande confusione, smarrimento e di pesanti interrogativi sulle future prospettive di una squadra che, se riconosciuta colpevole, potrebbe andare incontro a pesantissime sanzioni. Anche queste, come la storia in sé, senza precedenti. Tanto da poter mettere in dubbio una parte stessa dell'epopea di Pep Guardiola. Che per i suoi più acerrimi rivali e detrattori, e forse non solo ora, avrebbe alimentato il suo mito grazie al fatto che il City avrebbe “barato” nei confronti delle concorrenti.
La stampa inglese si domanda oggi perché Guardiola abbia sempre scelto di mantenere questo atteggiamento ostinato e coerente in difesa dei suoi ex datori di lavoro e perché nemmeno oggi, quando il carico delle accuse sembra essere molto più solido e consistente, ceda alla tentazione di sfilarsi e affidarsi ad un silenzio di facciata piuttosto che scendere nuovamente in campo e andare in prima linea al fianco del Manchester City. Come spesso accade, saranno i fatti e la storia a giudicarlo anche su questo fronte. Perché non esistono le mezze misure in casi come questi: o ne esci da trionfatore o affondi insieme a tutti gli altri.
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