Walter Alfredo Amato Lenin Novellino, allenatore che ha guidato in carriera Sampdoria, Torino, Venezia, Napoli e Palermo tra le altre, ha parlato a La Gazzetta dello Sport:
"Walter è un omaggio al soldato tedesco salvato da mia nonna durante la seconda guerra mondiale. Alfredo? Il mio padrino di battesimo. Amato? Non lo so, sul serio, mai capito. Mio padre Giuseppe, meccanico, era comunista. Quando l’onorevole Pietro Grifone, del Partito comunista italiano, veniva a fare i comizi a Montemarano, in provincia di Avellino, mio papà era l’unico che scendeva in piazza ad ascoltarlo. E quindi Lenin. E poi Monzon, soprannome per la somiglianza con il pugile argentino. Me lo diede Giorgio Ferrini quando ero al Torino. Venne a trovarlo Nino Benvenuti, triestino come lui, rivale di Monzon, e gli disse: “Guarda, ‘sto ragazzo sembra il tuo “amico” Monzon”".
"Mio padre emigrò a lavorare lì, aveva l’officina, riparava e guidava i camion fino al Mato Grosso. Mia madre vendeva asciugamani casa per casa. Ho studiato nelle scuole brasiliane e parlo ancora il portoghese. Abitavamo alla Mooca, la zona italiana di San Paolo. Giocavo a pallone per strada con il mio amico Baianinho, sognavamo Pelé, Didì, Vavà. Tifavo per il Palmeiras, la squadra degli italo-brasiliani. Rientrammo a Montemarano, non sapevo né leggere né scrivere in italiano. Mi salvò la maestra Angela. Frequentai le medie ad Avellino, nella mia scuola c’era pure Gigi Marzullo, un bravo ragazzo. Poi papà ci portò tutti a Milano, aprì un’officina lì, e iniziai a giocare nella Pomense, la squadra della Cassina de’ Pomm, la Cascina delle Mele, in fondo a via Melchiorre Gioia. Dribblavo tutti, alla brasiliana, ero indisciplinato. Non mi presero né il Milan né l’Inter, mi acquistò il Legnano e lì esplosi. Poi il Torino, con l’esordio, allenatore Giagnoni; l’Empoli con Renzo Ulivieri, al quale devo molto; il Perugia. Soffiai il posto a Paolo Sollier, ma lui non si arrabbiò, mi abbracciò e disse: “Sei forte”. A Perugia ho conosciuto anche mia moglie Graziella".
"Mi voleva l’Inter, Sandro Mazzola fece di tutto per portarmi ad Appiano. A Milano ero diventato interista, Jair era il mio idolo. Il Milan offrì di più. In realtà giocavo all’ala destra e con Rivera convivemmo benissimo, nel ’79 vincemmo lo scudetto della stella. Appena arrivato, Nils Liedholm mi tese un tranello, mi mostrò tutte le maglie e chiese: 'Walter, tu quale numero vuoi?'. Non ci cascai: 'Mister, decide lei chi gioca e chi non gioca'".
"Michela, la nostra primogenita. Aveva pochi mesi, batté la testa sullo spigolo di un comodino. Venne operata a Pavia, si salvò, ma il colpo limitò la sua capacità di parlare, ne compromise il linguaggio. È autonoma, ma si esprime in un modo tutto suo, scherzando la chiamiamo la tedesca. Ringraziamo Dio per avercela mandata, ha unito ancora di più la nostra famiglia. Non smetterò mai di essere grato al Milan e a Liedholm: per mesi mi permisero di rimanere in ospedale con Michela a Pavia fino al giovedì, andavo a Milanello il venerdì. Un’umanità encomiabile. Abbiamo un’altra figlia, Valentina: lei lavora a banca Mediolanum".
"I procuratori non esistevano. Rozzi mi chiese: “Quanto vuoi?”. Io sparai: “Sessanta milioni (di lire, ndr)”. E lui: “Prego, quella è la porta”. Ci accordammo per 30. Disputai una stagione eccezionale, da centrocampista. L’allenatore era Mazzone, ci impose una preparazione durissima, facevamo i mille metri per 12 volte. Mi urlava: “Ahò, Novellì, non sei qui a respira’ l’aria bona. Daje, cori! ”. Segnai due gol alla Juve, in casa, grande vittoria, e Rozzi a fine campionato mi premiò con 10 milioni di tasca sua: “Te li sei meritati”. E pensare che ad Ascoli non mi possono più vedere. Io sono attento al sociale e per beneficenza ho indossato la maglia della Sambenedettese, arcinemica dell’Ascoli, e ora gli ascolani mi odiano. Io, per fare del bene, rimetterei la maglia della Samb per ventimila volte".
"Sono sei promozioni. Una con il Gualdo dalla C2 alla C1, quattro dalla B alla A con Venezia, Napoli, Piacenza e Samp. E quella con il Perugia nel 1993, dalla C1 alla B. Luciano Gaucci mi esonerò prima dello spareggio vinto con l’Acireale (al Perugia la promozione venne tolta per un illecito, a cui Novellino era estraneo, ndr ). A Gaucci devo tanto, mi ha insegnato a vincere. Zamparini mi mandava le formazioni per iscritto, io ignoravo i suggerimenti... Al Venezia ho avuto Recoba, sinistro d’oro e velocità straordinaria. Più forte di me, senza discussione. Un rimpianto? Il Torino. Avrei voluto riportarlo in alto, mi sentivo carico ed è andata male, non sono riuscito a salvarlo. Ancora mi dispiace per il presidente Cairo, che credeva in me. Certe stagioni te le immagini in un modo e finiscono all’opposto. È il calcio".
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