Per i suoi 50 anni, Francesco Totti si è concesso in una lunga intervista a Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport e dopo la prima anticipazione, oggi è arrivato il momento di approfondire la seconda parte di un lungo dialogo ricco di retroscena legati al suo passato in campo, al suo presente e al futuro. Ovviamente condito da tanta, tantissima Roma, ma non solo.
Francesco, hai detto che dal 2001 al 2008 eri imbarazzante. "Sì". Accompagna la risposta con un sorriso largo, uno dei suoi. Un italiano che si avvicinava a me? Tutti dicevano Mancini, però io non è che l’ho vissuto, ero quasi all’inizio. Anche lui alla Sampdoria faceva il trequartista, la prima punta, un po’ tutto. Ma non gli stessi gol che ho fatto io. Gli assist piacevano anche a me, prima che Spalletti mi facesse giocare centravanti li trovavo più importanti dei gol"
"I compagni? Quello col quale mi sono trovato meglio è Cassano. Soprattutto in campo. E poi Vincent (Candela, nda). Con Antonio di tanto in tanto ci frequentavamo anche fuori ed è rimasto amico nel tempo. Io e Vincent siamo praticamente cresciuti insieme. Quando arrivò dal Guingamp era molto stranito, non conosceva Roma, parlava solo francese. Diciamo che l’ho accudito.
Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o, prima della partita, a incitare il gruppo. Perché non fai questo, perché non fai quello. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e mi voglio divertire. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti, di una spinta".
"Popolarità a Roma? Da quando ho smesso è addirittura aumentata. Forse perché sono nato, cresciuto e morto con un’unica maglia. Quando si chiudono venticinque anni di storia sei morto e invece qui a Roma, per tutti, sono vivo, vivissimo. È la scelta che ho fatto, l’amore che ho dato alla gente e come mi sono sempre posto con gli altri".
"Se non fossi andati ai Mondiali 2006? Non avrebbero vinto. Se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’oro sarei rimasto, come dicono a Roma, confinato dentro il raccordo anulare. E invece no, anche perché vincere un Mondiale non è da tutti. L’ho vinto, l’abbiamo vinto, però in quel Mondiale ero, tra virgolette, menomato. Al 40, 50 per cento"
"Il rimpianto? Avrei voluto giocare con Ronaldo il fenomeno. Sai che divertimento insieme. Con me dietro avrebbe fatto 4, 500 gol. A occhi chiusi. Come con Cassano? Sono due cose diverse. Maradona è il calcio, è il pallone, non ce ne stanno di rivali. A cascata vengono gli altri".
Ma io mi allenavo con tutta la squadra e facevo quello che dovevo fare. Certo, eh, il lunedì o il martedì facevo a parte per tutte le botte che avevo preso la domenica, un po’ di recupero. Mazzone è l’allenatore che mi ha capito meglio degli altri? Mazzone e Zeman. Bianchi voleva mandarmi via, Non l’ho mandato via io, ma il presidente Sensi.
Ero influente in società... Voglio dire che giustamente incidevo, ma facevo il giocatore ed ero un giocatore importante, il capitano della Roma. È normale che avessi un peso specifico, un peso diverso da tutti gli altri. Però non facevo parte della tavola rotonda".
"Il mancato ritorno in società con gli americani? I matrimoni si fanno sempre in due. Vabbeh, purtroppo succede. Ti sposi e ti lasci, inizio e fine come in tutte le cose, penso, no? Io ho lasciato un incarico da dirigente, tre anni di contratto e lo sottolineo. Se devo restare in società per non fare niente, mollo. Non rubo i soldi".
"Non si dà una 10 solo perché fai bene cinque, sei, sette partite. Ho sempre detto che bisogna preparare un percorso che consenta a un giocatore importante di rimanere a lungo alla Roma. Non esistono i 10 di passaggio. Alla fine la decisione di dare o meno la 10 a Dybala o a Marco o a Luca spetta alla società"
"Se avessi dovuto lasciare la Roma? Sarei andato al Milan, anche perché da piccolo mi ero innamorato. Erano gli anni di Sacchi e dei tre olandesi, vincevano ovunque, da italiano ero rimasto folgorato. Era una squadra bella da vedere, bella proprio"
"Per l’amaro. Il ghiaccio non s’è ancora sciolto del tutto. Ma mi ha fatto piacere incontrarlo di nuovo. Tanto bisogna pure accantonare tutto quello che è successo, anche perché ho sbagliato pure io, come ho detto prima. Ho sbagliato a rispondere ad alcune domande.
In campo partì tutto da Bergamo, me lo ricordo. Entrai, mi sembra 8 minuti in tutto e feci gol. Poi la partita dopo, sette minuti e segnai ancora. Quello per me è il dono di Dio che mi ha messo la mano sulla testa. Deve aver detto “questo qua lo devo proteggere io. Sì, sì, non può fini’ così”".
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