Massimiliano Allegri ha deciso, ancora una volta, di prendersela coi suoi calciatori per giustificare il pareggio con parecchi rimpianti di Firenze, che mantiene il suo Napoli distante – non solo nei punti in classifica – dalla coppia formata da Roma ed Inter. Che sabato scorso, pur mostrando aspetti ancora perfettibili nella fase difensiva, hanno manifestato un po' a tutti di essere oggi di un'altra pasta. A cominciare da una proposta di calcio che sul pianeta Allegri continua ad essere desolatamente povera di contenuti. E che si esplicita nel solito corollario di dichiarazioni di circostanza come “errori nell'ultima scelta”, “mancanza di veleno”, “percezione del pericolo”.


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Il Napoli ha fatto una scommessa, calcolata ma molto rischiosa, quando ha pensato di puntare su un allenatore navigato, abituato a gestire i gruppi che gli vengono messi a disposizione senza intromettersi troppo nelle dinamiche del calciomercato. Esattamente l'opposto di Antonio Conte ed in linea con la scelta, o per meglio dire la necessità, di provare a calmierare i costi di una rosa divenuta insostenibile per la proprietà. Quello che però ha partorito l'estate è stata sostanzialmente la riconferma di un gruppo uscito fisicamente e mentalmente logoro dall'ultimo biennio e con parecchie carte di identità che avanzano il sospetto che per molti il ciclo sia prossimo alla conclusione. Sarebbe servito altro, rinfrescare l'organico e andare alla ricerca di una ventata di freschezza nella guida tecnica. Si è pensato invece di ricorrere ad una scorciatoia, ad un usato sicuro che però già da qualche stagione è passato di moda.

Ci sono dei numeri che fotografano impietosamente le difficoltà del “nuovo” Napoli dopo soltanto sei giornate di campionato. La squadra, che già nella passata stagione chiudeva con 31 reti in meno rispetto all'Inter campione d'Italia, non segnava così poco (7 goal) da 21 anni, campionato di Serie C. Di attaccanti ne sono passati molti e oggi a pagare il prezzo di condotte di gare che si ripetono di settimana in settimana nella loro povertà di soluzioni è Rasmus Hojlund. Non esattamente il prototipo del centravanti da 20-25 goal a campionato, ma che le scorso anno – costretto a lungo a tirare la carretta da solo per i gravi guai fisici di Lukaku e l'inconsistenza di Lucca – aveva chiuso con una partecipazione complessiva a 18 segnature tra reti (12) ed assist.

Prendiamo un dato, riportato sul profilo X del collega Marco Gioia, per addentrarci nelle difficoltà palesate dal calciatore danese, ieri sostituito con la Fiorentina dopo nemmeno un'ora di partita. Nelle sei di campionato disputate sinora, tra gli attaccanti delle squadre accreditabili come “big”, è quello che ha toccato meno palloni dentro l'area di rigore avversaria: 15, appena 2.5 per match. Lautaro Martinez e Donyell Malen, i due centravanti di riferimento oggi in Serie A, toccano rispettivamente quota 48 e 47. Douvikas del Como arriva a 31, come lo juventino Kolo Muani (che numero nove non è per caratteristiche), mentre il neo-milanista Gonçalo Ramos, un novello nel nostro campionato, è quello che più si avvicina a Hojlund coi suoi 24 tocchi in area.

Emblematica la prestazione del “Franchi” da parte dell'ex di Atalanta e Manchester United per comprendere i motivi delle sue difficoltà. Dall'essere un giocatore bravo ad attaccare la profondità e a sprigionare in campo aperto il suo potenziale, per necessità Hojlund è costretto quest'anno in molte occasioni a lavorare di spalle, nella speranza di trovare un centrocampo disposto ad accompagnare. E che invece, anche con la Fiorentina, lo ha spesso abbandonato a duelli sfiancanti con Dragusin e Ranieri dai quali il danese è spesso risultato perdente. Una situazione che non è cambiata nemmeno dopo che il Napoli era riuscito, con Gilmour, a sbloccare la gara e ad indirizzarla in proprio favore.

Allegri predica calma nei confronti del suo unico vero riferimento là davanti (capace ugualmente di segnare 2 goal in questo avvio di stagione) – anche perché l'impatto di Lucca, che ha gestito malissimo tutti i possessi avuti a disposizone dal suo ingresso e che a sua volta non è quel tipo di attaccante da lavoro sporco – ma, più che prendersela per un mercato che avrebbe dovuto portargli in dote un altro giocatore per ipotizzare un reparto a due (Gabriel Jesus?), sarebbe il caso di cominciare ad interrogarsi sul perché, quando il tecnico toscano non può contare su campionissimi del calibro di Ibrahimovic, Tevez, Higuain o Cristiano Ronaldo, tutti i suoi centravanti finiscano in un buco nero.

Una storia iniziata con Dusan Vlahovic, passato dai 21 goal della sua prima stagione da titolare in Serie A a Firenze (2020/2021) e dai 17 nelle 22 partite disputate nel 2021/2022 agli ordini di Vincenzo Italiano ad un graduale decadimento dal giorno del suo trasferimento alla Juventus nel febbraio 2022. Sfruttando l'onda lunga dell'ottimo avvio in viola, con Allegri al timone dei bianconeri arrivò a segnarne altri 7 di goal in 14 incontri. Già nell'annata successiva la produzione scese a 10 reti in 27 sfide di campionato, per poi fare 16 in 33 nel 2023/2024, ultimo campionato alla Juve con Allegri. La poca continuità dal punto di vista fisico, col tormento della pubalgia, ebbe certo il suo peso nella scarsa continuità sul piano realizzativo e delle prestazioni, ma già in quel frangente si intravidero le difficoltà di un attaccante con caratteristiche molto precise – come Hojlund, più bravo ad attaccare la profondità che a fare la boa – ad adattarsi ad una proposta di gioco che costringeva a cambiare e di tanto il proprio raggio d'azione. Sostanzialmente con pochissimi riferimenti precisi rispetto alla squadra e situazioni codificate pressoché inesistenti.

Un problema che si è ritrovato ad affrontare anche il Milan, quello dell'ultima stagione che pure coi suoi limiti era arrivato a primavera inoltrata ad occupare stabilmente la seconda posizione in classifica e nemmeno troppo lontano dall'Inter. Sicuramente poco sostenuto dalla società nell'individuazione di un centravanti con qualità specifiche rispetto alle sue idee, tutti i tentativi operati nel corso del passato campionato non hanno prodotto gli effetti desiderati.

Difficilmente giudicabile la breve esperienza di Santiago Gimenez, mai a segno in Serie A nelle appena 16 apparizioni col Milan 2025/2026 e fermato per diversi mesi da un infortunio alla caviglia, più veritieri rispetto ad un'idea di calcio fatto di sole transizioni i numeri messi in fila dagli altri componenti della prima linea rossonera. Pulisic e Leao hanno chiuso disputando le loro peggiori stagioni (non solo sotto l'aspetto dei goal segnati o generati) dal loro sbarco in Italia: 8 l'americano, 9 il portoghese.

Quest'ultimo in particolare snaturato nella posizione da punta centrale con la quale Allegri sperava di migliorarlo e completarlo, fallendo invece in una missione probabilmente persa in partenza anche con la colpevole complicità del giocatore. Poco affine alla “lotta”, un po' come l'equivoco Nkunku, che già a Lipsia aveva giocato da finto numero nove, ma che in quel contesto – con molta qualità attorno e trame di gioco mandate a memoria – arrivò addirittura ad un bottino di 36 reti nel solo biennio 2021/2023. Al Milan ha finito con 8, ma con 5 calci di rigore, senza peraltro essere utilizzato con grande costanza da titolare.

Non abbiamo calcolato Fullkrug (una sola rete in 20 spezzoni e solo 3 gare dall'inizio), ma la sostanza non cambia. Anche perché curiosamente il giocatore tedesco, dopo un paio di annate di evidente appannamento fisico e tecnico, è tornato a segnare con regolarità appena ha fatto ritorno in Bundesliga e al Werder Brema. Possono cambiare le specificità degli attaccanti che Allegri ha allenato negli ultimi 5 anni – sicuramente inferiori rispetto a quelli dell'epoca precedente – ma non può essere più un caso che chi viene allenato da lui finisce per fare una tremenda fatica. A segnare ma anche soltanto ad essere messo nelle condizioni di farlo. Ora tocca ad Hojlund.