60 convocazioni, 46 presenze, 11 goal con la maglia della Nazionale, che diventano 101 convocazioni, 86 match e 19 reti se consideriamo anche le selezioni giovanili. I numeri azzurri di Giacomo Raspadori non sono di certo quelli di un ultimo arrivato, da Mancini a Gattuso, passando per Spalletti, negli ultimi cinque anni e mezzo, dall'esordio contro la Repubblica Ceca nel giugno 2021, l'attaccante nato a Bentivoglio c'è sempre stato. E ci sarà anche questa sera, contro il Belgio all'Olimpico di Roma, nella prima del Mancini-bis.

Raspadori non dovrebbe partire titolare, ma è pronto a dire la sua, subentrando nel secondo tempo. Con il numero 10 sulle spalle. Una maglia tanto prestigiosa quanto pesante, che il folletto cresciuto nel Sassuolo, lanciato nel grande calcio da Roberto De Zerbi, non teme di indossare. In carriera si è sempre preso le sue responsabilità, anche quando non era una prima scelta, come a Napoli e a Madrid, sponda Atletico Madrid. E' pronto a farlo anche con la Nazionale, del quale non è mai stato un vero titolare, un vero trascinatore. Anche per una questione di ruolo, di posizione. Raspadori sa fare tutto, può giocare ovunque, ma è difficile trovargli un'esatta collocazione sul campo. A oggi dove può essere effettivamente un valore aggiunto?

Fisico da esterno d'attacco, stile da finalizzatore, all'inizio della carriera Raspadori è stato paragonato a Di Natale e Aguero, ma da vero numero 9 non ha mai funzionato veramente, non solo per una questione di corporatura. Nel 4-3-3 di Mancini in Nazionale e di Sarri all'Atalanta agisce come ala, ma non ha sempre il passo per puntare e saltare, e lontano dalla porta è quasi innocuo. E quindi? Le cose migliori le ha fatte in appoggio a un centravanti, da seconda punta o da trequartista, in un 4-2-3-1. E' lì che si accende, che diventa un pericolo. A oggi Raspadori sembra essere soprattutto un'alternativa, a match in corso. Non un titolare. Non esattamente quello che dovrebbe essere il numero 10 dell'Italia.